Comunicato Stampa Black Velvet
... il crimine paga...

Sta per uscire il suo nuovo volume Goldfish, scritto e disegnato da Brian Michael Bendis, un autore ora famoso per i suoi lavori super-eroistici scritti per la Image e la Marvel, ma che si è formato nell'ambito delle piccole case editrici, come la Caliber Press, per cui ha realizzato alcune dei fumetti noir più interessanti dell'ultimo decennio, come Jinx, Torso e, appunto, Goldfish. 

Per chi non conoscesse Brian Michael Bendis e la sua opera, qui sotto potrete trovare una breve biografia, l'introduzione scritta da Matt Wagner, il famoso creatore di Grendel, e un breve scritto che fornisce le coordinate per inquadrare questo piccolo gioiello noir.

GOLDFISH
di Brian Michael Bendis
16x24, B, 272 pp, b/n L. 40.000

Goldfish è la storia di David Gold, un enigmatico truffatore dal cuore d’oro, che ritorna nella città natale dove ritrova la sua vecchia fiamma, Lauren, che dirige il sotterraneo mondo criminale di Cleveland, e il suo più caro amico, nonché compagno di mille stangate, Izzy, ora diventato un poliziotto. Mentre la pesante ombra del passato avvolge tutti quelli che hanno conosciuto Goldfish, vecchi rancori riemergono in superficie e un’ondata di violenza si scatena ovunque. Quello che però nessuno conosce è la vera ragione del suo ritorno, una ragione che forse permetterà al protagonista di mettere a tacere antichi e mai sopiti ricordi…

BRIAN MICHAEL BENDIS Brian Michael Bendis è uno dei più famosi autori dell’ultima generazione di cartoonist statunitensi. Vincitore del premio Eisner, ha conquistato migliaia di lettori con le sue oscure saghe noir che, oltre a Goldfish, si dipanano in Fire, Jinx e Torso. I suoi personaggi tormentati raccolgono il "testimone" lasciatogli in eredità da scrittori come Raymond Chandler, Dashiell Hammett, David Goodis e Jim Thompson, e affrontano il proprio destino in maniera disincantata, utilizzando ogni mezzo (lecito, illecito e violento) per raggiungere il proprio obiettivo. Bendis è conosciuto anche per altre serie: il suo approccio realistico, nonché il suo orecchio per il dialogo e la sua bravura nel costruire intricate trame che tengono avvinti i lettori dalla prima all’ultima pagina, hanno portato al successo collane molto diverse, realizzate per le case editrici Marvel Comics (Ultimate Spiderman, Ultimate Marvel Team-Up, Daredevil, Elektra, Alias) e Image (Sam & Twitch, Hellspawn, Powers).

CHI HA L’ASSO?
di Matt Wagner

Quando feci davvero conoscenza con David Gold, alias GOLDFISH (lo so, odia essere chiamato così… ecco perché l’ho aggiunto), fu in modo decisamente opposto all’usuale e l’effetto fu del tutto inaspettato. Come uno zotico in una delle stangate notturne di Fish, non potevo prevedere quello che mi stava per capitare e, quando me ne resi conto, era troppo tardi. 

Lessi i primi numeri di questa nuova serie quand’era pubblicata dai risoluti sforzi indipendenti della Caliber Press. La Caliber agli inizi degli anni ’90 ospitava una valanga di appassionati e zelanti giovani autori di fumetti. Nei giorni in cui qualsiasi cosa della Image guadagnava oscene quantità di denaro, la Caliber garantiva, con le unghie e con i denti, l’inchiostro e la carta vitali a individui come David Mack, Vince Locke, Guy Davis e Brian Michael Bendis. Quel che ne scaturì fu una manciata di visioni grezze e personali… il vero protoplasma dei fumetti destinati a durare, che si fanno sentire, che scuotono le fondamenta di questa maledetta casa. E, accidenti, non c’era neppure un brandello di calzamaglia all’orizzonte. 

Avevo letto la maggior parte delle proposte degli altri membri di questa cellula creativa (ho perfino lavorato con un paio di loro), ma gli albi di GOLDFISH a cui mi ero accostato mi avevano lasciato confuso e disorientato. Fu solo più tardi, dopo aver divorato l’intero romanzo che ora avete tra le mani (c’è dell’altro più avanti), che compresi come quella prima impressione, rivelatasi errata, era dovuta al metodo di narrazione senza compromessi, labirintico e non lineare che l’autore aveva impiegato. Come lo schema di una complicata truffa, GOLDFISH non ti permette di cogliere nessun punto morto, non ti fornisce indizi dei travagli sentimentali che arriveranno fino a quando… non è troppo tardi. Chi non riesce a tenere il passo con il ritmo contorto di questo racconto è paragonabile a un ubriacone che si rotola nella polvere, chiedendosi a che ora del mattino apra quel maledetto 7-11. 

Ma aspettate un minuto… che diavolo combinava questo tizio, allungando i vari elementi della trama per svariati numeri, dedicando pagine su pagine a singole conversazioni, pretendendo che il lettore decifrasse la storia in un batter d’occhio? Era forse impazzito? Davvero una bella domanda. Quando ho accettato di scrivere l’introduzione a questo volume, ricevetti una versione sgangherata (e deliziosamente dozzinale) dell’edizione originale della Caliber. Mia moglie ed io stavamo per andarcene al mare a festeggiare il nostro decimo anniversario di matrimonio e infilai il libro in valigia, sicuro che per quel fine settimana non gli avrei dato più di una scorsa… beh, come ho detto, caddi vittima di un raggiro. Era quasi mezzanotte e mi trovavo a toccare il climax di una storia che non riuscivo ad abbandonare. Nel mattino assolato del giorno dopo stavo ancora esaminando l’oscuro e drammatico finale di uno dei pochi reali esempi di Noir a fumetti. 

E’ un mondo desolato e solitario quello che Brian Bendis ritrae. Dallo spietato e pietroso stile del suo disegno all’incespicato e scoppiettante ritmo dei suoi dialoghi… si deduce che Bendis ha compreso che l’anima di tutto quello che è NOIR risiede nel cuore. I suoi personaggi inseguono il denaro, il rispetto e il potere ma ciò che bramano più di tutto è l’unica cosa che sembra sempre sfuggirgli: l’amore. Dalla femme fatale con il nome misterioso al tragico piedipiatti gay al protagonista che rimarrà sempre un piccolo truffatore, Bendis ritrae la gente come la vede: imperfetta, vulnerabile e comprensiva. Perfino i duri paiono stupirsi della violenza che occasionalmente esplode tra queste pagine. Tutti hanno bisogno di sentirsi accettati e far parte di qualcosa. E la morte ha un carattere definitivo, ossessionante e terribile che va ben oltre lo Sturm und Drang della maggior parte dei "soliti" fumetti. Molto si è detto sulle palesi influenze cinematografiche di Brian… dal taglio veloce dei suoi dialoghi all’uso di modelli in carne e ossa fino alle drammatiche dilatazioni della vignetta in stile widescreen. Eppure quest’individuo sta sfornando un fumetto dietro l’altro, destinati a lasciare un segno. Per qualche motivo, si ha quasi l’impressione che i ritmi di questa storia potrebbero rivelarsi troppo veloci per un’eventuale trasposizione sul grande schermo. E uno sguardo al suo climax ispirato ai manga dovrebbe far passare sotto silenzio una volta per tutte questi ripetuti riferimenti filmici. 

Bendis conosce la differenza tra i due media e, com’è ovvio, adora entrambi. Eppure, la semplice respirazione e traspirazione del corpus in continua crescita dei lavori di Bendis è una testimonianza di tutto ciò che i suoi pari avevano cercato con difficoltà di tenere in vita… una particolare voce che si esprime con la forma, così emozionante pur nella sua modestia, del fumetto. È forse un pazzo? Magari (per fortuna) un po’… ma Brian Michael Bendis è risalito alla sorgente delle sue passioni e ha scoperto (ancora, per fortuna) come esprimerle. Da un certo punto di vista, speriamo che i suoi personaggi non ci riescano mai.

GOLDFISH
di Norman Partridge

"Non c’è nulla nella scrittura. Tutto quello che fai è sedere alla macchina da scrivere e aprire una vena." – Red Smith Queste parole sono scritte nel mio word processor, proprio sotto il monitor, così ogni giorno non posso fare a meno di vederle quando schiaccio il bottone che accende lo schermo. Vorrei che più scrittori prendessero sul serio il consiglio di Smith. Soprattutto gli scrittori di noir. Voglio dire, i colpi di scena sono intriganti. Come lo sono le coreografie degli scontri a fuoco, gli inseguimenti di macchina che avrebbero fatto eccitare Steve McQueen e le canzoni romantiche che, da ubriaco, ti lasciano a fissare il fondo del tuo bicchiere mentre ti domandi dove diavolo è finito il tuo drink. E non dimentichiamoci il gioco delle ombre che si proietta lungo una strada vuota. Quello è un elemento essenziale del noir, puro e semplice. Ma a volte un’ombra è solo un’ombra, nulla più di un vuoto spazio nero. Tocca allo scrittore dare all’ombra una vita propria, riempirla, creare una frizione emotiva con il lettore. E uno scrittore è meglio che tenga a portata di mano il suo coltello se vuole riuscirci, perché dovrà aprire una vena o due. Quelle vene non sono necessariamente le sue. Potrebbero tranquillamente appartenere ai suoi personaggi, soprattutto se percorrono le audaci strade di una storia noir. Perché i personaggi noir pompano sangue vero. Colpiteli e si ammaccano, tagliateli e sanguinano, infilate una pallottola nel posto giusto e muoiono. Il noir, in vari modi, è la letteratura del dolore, sia fisico che emotivo. È sempre stato così e lo sarà sempre. Non ha importanza se è Mitchum in tutta la sua gloria in bianco e nero o un tascabile cencioso di Jim Thompson, se è indicato De Noir sul parabrezza oppure se c’è un elegante cartonato di James Ellroy. Non ha importanza se i personaggi preferiscono gli alcolici o l’eroina o il crack, il jazz o il rock ‘n’ roll o il rap; mentre il biglietto per il ballo può essere preso da una lista di tipi familiari - ha scarsa importanza sapere i vestiti che indossano o i liquori che bevono o la musica che ascoltano. Ciò che importa è il fardello emotivo che si portano dietro. I loro sogni e i loro impulsi e il loro dolore. Queste sono le cose che danno quella scintilla di realtà alle storie che popolano. Brian Michael Bendis lo sa bene. Sa che l’elemento importante nel noir si trova sotto la pelle, dietro agli occhi. In ciò che non viene detto come in quello che viene raccontato. Parole soffocate e ingoiate come piccole pillole amare fino a quando l’oscura danza raggiunge il suo climax e il dialogo si esprime con il linguaggio del sangue. Chiudete questo libro dopo l’ultima pagina di Goldfish e avrete un’ampia prova di ciò. In Bendis trovate anche tutto il resto. Tutta quella roba sul gioco delle tre carte e anche i colpi di scena, le coreografie degli scontri a fuoco e gli inseguimenti di macchina che avrebbero fatto eccitare Steve McQueen, le romantiche canzoni che, da ubriaco, ti lasciano a fissare il fondo del tuo bicchiere mentre ti domandi dove diavolo è finito il tuo drink. I poster cinematografici de La sanguinaria e Le catene della colpa che qui dentro tappezzano i muri sono non sono semplicemente de rigueur. Qui c’è una certa sfacciataggine all’opera. Voglio dire, stiamo parlando di uno scrittore che ha il fegato di chiamare la sua femme fatale Lauren Bacall, Cristo santo. Bendis dà vita a un’ombra malvagia attraverso una strada vuota. Sa cosa sta facendo. La sua ombra vi darà delle sensazioni. Sa come riempire gli spazi vuoti. Questo è un modo come un altro per dire che quando chiuderete Goldfish e lo riporrete nella libreria, non penserete a incidenti d’auto o sparatorie o tradimenti la prossima volta che scorgerete il dorso consumato del libro. Ciòche ricorderete saranno i personaggi. Le loro urla e i loro impulsi e il loro dolore. Quello che volevano e quello che ottennero. Tutte quelle cose che riempiono le lunghe e solitarie ombre che cadono nell’oblio.

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