Intervista ad Andrea Ciccarelli
Coordinatore e Supervisore Innocent Victim

Ecco un lettore di fumetti un po’ disattento: passa davanti al vostro stand in una delle tante mostre di comics. 
Sfoglia qualche albo, incuriosito. Si guarda attorno, non capisce se si tratta di una casa editrice italiana.
Alla fine, titubante, decide di chiedervi “Cos’è Innocent Victim? Come e quando è nata?”

Molto probabilmente gli risponderei io per Innocent Victim, e, prima di tutto, gli chiarirei il ruolo che rivesto all'interno del gruppo, ovvero quello di coordinatore editoriale e di editor su alcuni progetti. 
Spiegherei a questo ipotetico lettore in cosa consiste il mio ruolo specifico e lo inviterei a rendersi conto che, in Italia, a differenza di molti altri paesi industrializzati in cui esiste un'editoria a fumetti, sono poche le realtà editoriali che comprendono al loro interno la figura degli editor e che questo è solo uno dei tanti indice di come nel nostro paese sia ancora in vigore un modo vecchio di concepire una produzione a fumetti, quasi mai intesa come produzione editoriale vera e propria.

Gli racconterei di come Innocent Victim nacque nel 1997 dal sogno e dall'impegno di Matteo Casali e Giuseppe Camuncoli (nella foto a destra, con un sorridente David Mazzucchelli) e di come, nel 1999, si cominciò, con il mio aiuto e quello di altri che attualmente lavorano per portare avanti le molte iniziative di Innocent Victim, un'opera di allargamento e di rilancio di quel primo nucleo progettuale che, con i primi tre numeri autoprodotti di Bonerest, aveva raggiunto risultati di vendita che ancora oggi si possono considerare invidiabili (e non solo dal punto di vista di una produzione indipendente).
Direi a questo ipotetico lettore che Innocent Victim è oggi un moderno studio di produzione che crea progetti editoriali per editori italiani ed esteri, che svolge un ruolo di agenzia per i suoi autori e che, solo occasionalmente e solo per valorizzare meglio ciò che ha bisogno di una piccola spinta per ritagliarsi una nicchia di mercato, si trasforma in editore dei suoi stessi autori.
Poi, se è veramente un lettore così disattento, cercherei di affibbiargli a peso d'oro la mia copia autografata del primo numero di "Kill Killer"...

Siete molto attivi anche all’estero: dopo aver “piazzato” Camuncoli alla Vertigo, quali sono gli altri vostri autori “corteggiati” dalle case editrici straniere?
Il discorso “estero” merita un’attenzione particolare e, quindi, prima di rispondere alla vostra domanda, vorrei specificare alcuni punti.
Oggi, in Italia, purtroppo, è abbastanza facile tracciare il panorama che si presenta di fronte all’idea di organizzare una produzione a fumetti.
Esiste la Bonelli, l’unica in grado di pagare le sue produzioni in maniera tale da permettere a chi le mette in piedi di considerare quello che fa un lavoro e non un hobby; ma i limiti della Bonelli li conosciamo tutti e, credetemi, per chi vuole fare un discorso di qualità non sono davvero pochi.
La tendenza di tutte le altre realtà editoriali del nostro paese, dalle più popolari a quelle più blasonate, è invece quella di acquistare all’estero una licenza di ciò che già esiste, pagando una cifra esigua rispetto ai costi che avrebbe invece commissionare una produzione vera e propria (solo per fare un esempio, un paio di milioni o poco più e ti porti a casa i diritti per un volume americano) e impegnandosi a versare agli autori -badate bene, agli autori, ovvero ai detentori del copyright e non a tutte le professionalità che contribuiscono a creare un progetto a fumetti- una piccolissima percentuale sul prezzo di copertina che avrà l’opera quando arriverà sugli scaffali delle librerie; da qui poi derivano tanti minimi distinguo che entrano in ballo in un contratto di licenza e che fanno sì che ciò che alla fine arriva nelle tasche degli autori siano davvero spiccioli e, quindi, nuovamente una realtà che sa più di hobby che non di lavoro.

Quindi, capite, l’esigenza di rivolgersi all’estero per vendere le proprie opere, di indirizzarsi verso paesi in cui esista un industria editoriale ancora in grado di produrre, più che una scelta diventa un’esigenza vitale per chi vuole fare fumetti. E ciò è davvero triste, perchè significa che un editore italiano, per pubblicare un’opera italiana, finisce per andarla ad acquistare all’estero.
Questo perchè in Italia, la zavorra dell’artisticità intesa in maniera anacronistica, continua a far sì che non si sviluppino progetti concreti finalizzati a produrre opere a fumetti che si prestino poi a diventare progetti licenziabili per l’estero, prassi questa invece normalissima in Francia, in Giappone o negli USA. Siamo bravissimi in Italia a creare cose bellissime, ma poi non siamo quasi mai altrettanto bravi a “sporcarci le mani” per vendere quelle stesse cose ad altri, il che ci esclude automaticamente da qualsiasi discorso industriale riguardante l’editoria.
Le nostre case editrici sono organizzate con bravissimi compratori che sanno tutto di ciò che accade in tutte le realtà del pianeta e sono pronti a stilare infiniti piani editoriali; ma, purtroppo, le stesse case editrici non si preoccupano di sviluppare al loro interno altrettante professionalità che sappiano dialogare con i rappresentanti delle case editrici estere per vendere loro dei progetti.

E qui, arrivo alla risposta alla vostra domanda. Quest’anno, in occasione della fiera di Angouleme in Francia, abbiamo presentato ARCHIVEBOX 2001, un contenitore editoriale di cinque nuovi progetti inediti e, accanto ad esso, cinque altri che erano già stati pubblicati in Italia.
I risultati sono stati incoraggianti, soprattutto tenendo conto che si trattava del nostro primo sbarco o quasi in terra francese (nel 2000 potremmo dire che si era trattato più che altro di un giro di ricognizione): due nostre opere, Silent Dance di Casali/Lobaccaro/DeAngelis e Sali d’argento di Michele Petrucci, vedranno la pubblicazione in lingua francese durante l’anno in corso per Vertige Graphique (che ha anche opzionato Keires, l’opera precedente di Michele).
Nello stesso tempo -e qui si presenta la casistica di prima- per due progetti abbiamo già pronti due editori italiani che, però, si muoveranno solo nel caso in cui l’opera sia già stata venduta all’estero, ovvero acquistando una licenza per la pubblicazione italiana dell’opera.

Per quello che riguarda Vertigo, dopo il “piazzamento” di Giuseppe Camuncoli (nella foto a lato), sono attualmente in corso altri progetti di cui, però, preferiremmo parlare solo quando avremo in mano qualcosa di più concreto.

Molti hanno accostato le vostre storie proprio alle produzioni Vertigo: non siete un po’ stufi di simili sterili paragoni?
No, quando Vertigo è sinonimo di qualità. Non va dimenticato infatti che, negli anni ‘90, la DC Comics con la linea Vertigo ha rappresentato veramente qualcosa di diverso in un panorama come quello USA in cui la qualità stava inesorabilmente precipitando verso la sclerotizzazione dell’eroe nella forma del super. Senza parlare poi del fatto che, senza nascondersi dietro un dito, la Vertigo è un progetto che ha ben salde le sue radici in Europa, visto l’imprinting ante litteram dato al progetto da Moore e, a seguire, da Gaiman, Morrison, Milligan, Delano e Ennis; diciamocelo: la Vertigo, lungi dall’essere un’invenzione degli americani, è l’ennesimo caso di progetto che si finisce per acquistare perchè non si hanno i numeri per produrlo in casa e poi venderlo all’estero.
Quindi, se si parla di questo, di inserire uno sguardo d’autore in una produzione popolare, l’accostamento non ci dispiace.

Poi forse varrebbe la pena di intendersi: il nostro Bonerest è un progetto pensato nel 1997 proprio con in mente l’idea di proporlo alla Vertigo (e non è un caso che, in Italia e in Germania, siano proprio i licenziatari della linea Vertigo a pubblicarlo) ma, basta dare uno sguardo alle altre produzioni di Innocent Victim come Quebrada o come le due opere di Michele Petrucci (nella foto a destra) per capire che, della Vertigo tradizionalmente intesa, noi abbiamo ben poco. Vero è anche che, da qualche tempo a questa parte, Vertigo non è più solo horror-fantasy in chiave postmoderna, ma anche noir (es. 101 Bullets) e weird inteso in senso ampio.  
Diciamo che quella con la Vertigo la sentiamo come una convergenza e non certo come un problema.

Quali sono allora i vostri piani editoriali per il futuro?
La nostra priorità per l'Italia è quella di consolidare e di migliorare ciò che abbiamo iniziato a fare dall'inizio della nuova stagione di Innocent Victim inauguratasi nel 1999. Infatti, accanto ai nuovi progetti contenuti in ARCHIVE BOX 2001 (che mano a mano andremo a presentare all'interno del nostro sito www.innocentvictim.com e che sono attualmente al vaglio degli editori esteri), l'obiettivo è quello di dare continuità ai nostri progetti di punta, ovvero Quebrada e Bonerest.
Per essi vale il discorso delle strategie editoriali di cui parlavamo prima, anche se, come è già successo per il primo volume di Bonerest, un co-printing internazionale tra vari editori potrebbe alla fine risolvere il problema delle licenze. Stiamo studiando il modo migliore.
A breve poi, per la Coconino Press di Igort, vedrà la luce Ossidiana, un'inedita collaborazione tra i nostri Matteo Casali e Michele Petrucci che si preannunzia già interessantissima (per quando leggerete queste righe, sempre all'interno del nostro sito internet, dovrebbe già essere disponibile una sneak preview scaricabile della storia).
Probabilmente in occasione della fiera di Lucca (sempre che ci sia ancora qualcuno ad organizzarla) lanceremo una sorta di strenna antologica riguardante tutti i nostri progetti su cui i lettori ci chiedono costantemente notizie, ma sul progetto dobbiamo ancora prendere una decisione definitiva. 
Per il resto, la nostra iniziativa Talent scout sta portando alla luce nuovi ed interessantissimi talenti (non solo italiani) e, con alcuni di questi, abbiamo già iniziato una collaborazione su diversi progetti.
In sintesi, l'attività in casa Innocent Victim è sempre più a 360° su tutti i fronti del panorama internazionale.

Si è molto parlato della crisi del fumetto in Italia. Molte etichette e/o redattori hanno detto la loro, imputando tale involuzione ai videogiochi, ai manga, alla distribuzione, alla sciatteria delle proposte, per poi non modificare di un millimetro le proprie scelte editoriali. Dite la vostra, voi che avete il merito (con tante altre piccole label) di smuovere le acque in questa melassa stagnante.
Credo che la domanda si presti bene ad una risposta a più livelli.
Diciamo che, istintivamente, mi verrebbe da domandare quali sono queste altre piccole etichette italiane a cui si riferisce la vostra domanda. Personalmente, senza togliere niente a nessuno, in Italia non le vedo, perlomeno per quello che riguarda la produzione vera e propria.

La questione videogiochi: quella della crisi del fumetto imputabile ai videogiochi è una banalità portata avanti da almeno dieci anni da Bonelli e da chi, come Bonelli, si pone in termini di alternativa tra il fumetto e qualsiasi altra cosa che vada a scontrarsi sulla variabile tempo. Prima è stata la TV, poi i videogames, adesso internet, tutte forme di intrattenimento che, secondo gli “attenti analizzatori” di cui sopra, sottraggono tempo alla lettura di un fumetto e, alla lunga, producono persone che un fumetto non lo sanno più nemmeno leggere.

Dal mio punto di vista, invece, le cose vanno viste in maniera differente: l’industria culturale, all’interno della quale rientrano a pieno diritto le software house che producono videogiochi, sta producendo nuove forme di lettura e questo mi porta a pensare che i criteri di lettura stiano cambiando e non che i lettori siano destinati a scomparire: un esempio sono le avventure della Squaresoft (produttori della saga di Final Fantasy, di Vagrant story, etc.), decine e decine di ore di gioco che implicano una lettura molto simile a quella del fumetto, con dialoghi muti e strutturati in forma di baloon.

Di più, mi porta a pensare che oggi un qualsiasi discorso riguardante l’industria culturale diventi nullo se non supportato da un adeguato impegno informativo sul prodotto: per fare un altro esempio, Harry Potter non è un romanzo migliore di tanti altri attualmente in circolazione ma, per un discorso di promozione e di teaser, nonchè per un’attenta strutturazione che lo porta ad essere un prodotto adattabile a diversi livelli di licenza (libri, fumetti, format tv, gadget, etc.) diventa il successo planetario che abbiamo tutti sotto gli occhi.

Lo ripeto: per me, pur se a diversi livelli, si tratta sempre di industria culturale, mentre in Italia la mentalità che va per la maggiore quando si parla di fumetto è quella dell’ artigianato culturale. La querelle, se c'è, sta tutta qui.

In Francia, se vai a proporre un progetto a fumetti agli Humanoides Associées o alla Editions du Masque, il fatto che esso sia stato creato come progetto multimediale, diventa quasi una conditio sine qua non per acquistarlo. In America, le case editrici fanno a gara per acquistare le maggiori licenze provenienti da videogames (Tomb raider, Resident Evil, Vagrant Story, Oni, etc.) e per vendere poi i fumetti da esse derivati -spesso di pessima qualità, ed è su questo che bisognerebbe lavorare piuttosto che stigmatizzare- negli stessi canali di vendita dei videogames.  

Chi è che dalle nostre parti struttura un progetto a fumetti pensando all’adattabilità dello stesso ad altri media che non siano il fumetto? La paura di qualcosa nasce molto spesso dall’ignoranza della cosa in sè: per questo mi piacerebbe sapere qual’è l’idea di videogioco che hanno in mente queste persone che imputano ad esso la diminuzione nel numero di lettori del fumetto. Ecco, non credo di andare molto lontano pensando che per loro il videogioco sia qualcosa di poco diverso dagli shoot’em up da sala giochi dei primi anni ‘80, con rare punte di illuminazione che potrebbero anche includere Tomb raider (ma solo perchè la signorina Croft ha le forme che tutti ben conosciamo e di cui qualsiasi giornale ha in qualche modo parlato). Nei loro discorsi, lo ripeto, spesso c’è solo ignoranza.

Il vero punto, invece, lo ha indicato in un’intervista che mi è capitato di leggere su Fumo di China Terry Fitzgerald,  vicepresidente della Todd McFarlane Productions: una volta i fumetti si trovavano dovunque, anche dal droghiere. Oggi i fumetti si sono ghettizzati nelle fumetterie e in molti casi è giusto che sia così, perchè sono stati pensati per essere solo ed esclusivamente fumetti. In Italia la tiratura più alta che può avere un volume per la fumetteria non supera le 5000 copie (ma la media solitamente non supera le 3000) e, sulla base di queste cifre, non si può parlare di industria editoriale; eppure, qui da noi, ci si preoccupa ancora dei videogames che rubano lettori e, giusto per fare un esempio, non si pensa a realizzare un vero e proprio progetto multimediale che sfrutti le centinaia di migliaia di console installate nelle case degli italiani e che fra qualche mese si collegheranno in rete su canali dedicati. Nessuno sembra avere la capacità di immaginare una cosa del genere, ma tutti si sentono in diritto di criticarla a priori come deleteria per il fumetto.

Ora, come potete ben capire, operazioni di questo tipo non possono essere messe in piedi con i capitali che girano oggi nel mondo del fumetto. Questo però non toglie che il mondo del fumetto debba acquisire le capacità di strutturarsi in modo tale da richiamare su di sè l’attenzione di chi di queste operazioni se ne può fare carico.

Manga: i manga sono fumetti come tanti altri e quindi non capisco proprio il problema. Forse i giapponesi sono semplicemente più bravi a creare fumetti in modo industriale e da questo, come già detto, ci sarebbe da imparare piuttosto che mettersi lì a condannare.

Distribuzione: in Italia la distribuzione riflette la situazione della produzione, uno stato di guerra tra poveri che non mira mai ad allargare le possibilità di vendita del prodotto. I distributori lo sanno di non avere a che fare con un’industria editoriale e così se ne fregano: con la scusa di distribuire tutto, finiscono per non dare rilevanza a nulla, in molti casi pagano i fornitori solo quando gli fa comodo e comunque spesso dopo innumerevoli sollecitazioni. Con la scusa che il mercato è piccolo, nessuno detiene una vera e propria esclusiva su un prodotto e così, per i piccoli editori, la situazione che si presenta è spesso del tipo prendere o lasciare.

L’abbassamento della soglia del rischio di entrata nel mercato spinge molti a provare.

Hai stampato un tuo fumetto? Tu dallo a me -ti dice il distributore- e io, per il 50% del prezzo di copertina, te lo distribuisco nelle fumetterie che si servono da me. Lo vuoi in libreria invece che in fumetteria? Allora mi tengo il 55%, ma solo perchè sei un amico. Poi, però, se dopo la prima ordinazione il libraio chiede altre copie, il distributore solitamente non comunica all’editore la richiesta prima di avere raggiunto un quantitativo sufficiente a giustificare una spedizione a suo carico. O magari ti propone il conto vendita: tu mi dai delle copie che io tengo qui in magazzino come scorta e io, se queste copie le vendo, te le pago (naturalmente sempre tenendo per me il 50% del prezzo di copertina e lasciando a te l’onere di una richiesta di verifica sul venduto).

Questo modo di fare semplicemente sobbarca tutto il rischio di imprese sulle spalle dell’editore che, se non ce la fa più e chiude i battenti, chi se ne frega? Tanto in Italia ogni mese, per quell’abbassamento della soglia di rischio di cui sopra, ci sono decine di nuove produzioni che faranno sì che l’offerta dei distributori alle fumetterie sia sempre cospicua. 

Sciatteria editoriale: questa è la vera variabile che fa sì che in Italia le cose continuino ad essere sempre le stesse se non a peggiorare. Infatti, uno stato di cose che non sa sfruttare in nessun modo il fermento nato tra i piccoli editori indipendenti (fermento che attualmente, per forza di cose, si sta piano piano spegnendo), io non posso far altro che chiamarlo peggioramento. E’ ciò che fa sì che il fumetto rimanga per antonomasia Bonelliano, pur sapendo che Bonelli non si è mai fatto carico -nè mai se ne farà- di educare i lettori a nuove forme di espressione.

La logica, in Italia, è ancora quella dell’autore one man band, l’artista che si esprime e che poi, magicamente, vede rese pubbliche le sue opere.

In Italia affiancare ad un artista un editor suona ancora quasi come una bestemmia, per gli editori e per gli autori, quando, per inserirsi in un discorso di industria culturale come dicevamo prima, servono competenze che un autore di fumetti solitamente non è nemmeno in grado di immaginare.

E Innocent Victim? Da noi la sciatteria editoriale non trova cittadinanza e la cura posta nella confezione e nella realizzazione dei nostri ultimi volumi credo che ne sia la prova. I nostri progetti nascono e si sviluppano in maniera naturale con un forte potenziale di multimedialità (vi risulta difficile pensare un videogame in stile Shen-Mue ispirato al mondo di Quebrada?). Innocent victim crede fermamente nella promozione del prodotto (da qui, ad esempio, la scelta di invitare in Italia veri luchadores messicani in occasione di Lucca 1999 per il lancio di Quebrada e, da lì, la decisione di cominciare ad importare noi direttamente da Tijuana le maschere originali messicane) e, presso di noi, per fare un esempio, anche progetti d’autore come quelli di Michele Petrucci sono sempre coordinati e supportati da un editor che permette al progetto di dialogare con l’intera struttura.

In un recente editoriale su Mondo Naif, i Kappa Boys hanno scritto: “Non ci mortifichiamo perchè i nostri fumetti non sono abbastanza indottrinanti per essere popolari, ma neppure sfacciatamente colti da sembrare più autoriali.” Cosa pensate della querelle tra fumetto d’autore e fumetto popolare? Hanno ancora senso tali semplificazioni?
Io credo che il fumetto d’autore in Italia esista ancora, ma non do a questo una valenza del tutto positiva.
Infatti, pur essendo intimamente convinto del fatto che debba esistere una ricerca sul linguaggio del fumetto e che tale ricerca, della massima importanza per far evolvere il linguaggio verso nuove forme, possa essere portata avanti solo dagli autori, non riesco a considerare positivamente qualcosa che oggi, in Italia, sembra starsene lì arroccato in una sua estrema auto-referenzialità, convinto che la sua qualità intrinseca (che spesso poi nemmeno esiste) valga come lasciapassare per arrivare ai lettori. In questi casi non esiste più la ricerca, ma solo la paura del confronto che porta a paradossi in cui, se il fumetto italiano d’autore non vende, l’autore del fumetto di cui sopra se la prende con la disattenzione del pubblico (che ovviamente spesso risulta intontito dalla micidiale triade neurotossica di manga, internet e videogames) e si mette la coscienza a posto perchè lui, sotto la bandiera della qualità, sta portando avanti una vera e propria opera di resistenza.
E il buffo è che lo stesso identico discorso proviene sia dalla falange del fumetto d’autore che da quella del fumetto popolare. Identica.

I Kappa Boys, un po’ come noi, stanno in mezzo tra questi due schieramenti e, fosse solo perchè hanno capito che i fumetti giapponesi si vendono meglio se sei anche proprietario di un Sushi bar che faccia da cassa di risonanza alle tue iniziative, non possono che starmi istintivamente abbastanza simpatici (anche se poi, dal punto di vista dell'addetto ai lavori, resto alquanto perplesso per la loro iniziativa di organizzare un concorso a fumetti a pagamento per individuare nuovi talenti a cui dare visibilità).

Ma torniamo a Innocent Victim: stare in mezzo significa, per noi, individuare quella “terra di nessuno” situata tra gli schieramenti opposti di chi si dice “autoriale” e di chi si dichiara “popolare”, un posto che c’è, esiste, è più vasto di quanto si possa immaginare e possiede qualità che vanno valorizzate.

Autori come Nicola Mari, Giuseppe Palumbo, Andrea Accardi (solo per fare i primi nomi che mi vengono in mente di autentici talenti italiani, persone ancora abbastanza giovani da non essere sprofondate nella rassegnazione di tanti altri autori più anziani di loro) dovrebbero avere il coraggio di staccarsi da quelle realtà editoriali che, in nome di una presunta sicurezza economica, non permettono loro più di crescere in alcun modo; andarsene da quelle trincee, puntare a quella “terra di nessuno” di cui parlavo prima insieme e non come cani sciolti, un vero e proprio cartello che, come negli USA è stato per l’Image o, con minori risultati, per la Legend, faccia leva sul potere contrattuale dei loro nomi, sulle loro capacità e su una mirata progettazione editoriale per portare una nuova prospettiva in una situazione di stasi che vuole il fumetto italiano sclerotizzato in una comoda dualità popolare/d’autore.

Per quello che ci riguarda, noi di Innocent Victim abbiamo deciso di giocare più o meno lì la nostra partita, tenendo bene in mente quell’industrializzazione del progetto di cui parlavamo prima e facendo leva sulla qualità narrativa ed editoriale di ciò che abbiamo prodotto e produrremo.
Ora, non so se un progetto a fumetti concepito in questi termini abbia più senso definirlo d’autore o popolare, ma sono convinto che la sopravvivenza del medium, quella forma di resistenza di cui si sente il bisogno, oggi passi da lì e non dalle roccaforti di chi non osa più scendere dal suo albero dei privilegi.

La fine del millennio ha visto un rinnovamento del vostro sito internet. Che ruolo può giocare la rete nella promozione del fumetto verso un pubblico più vasto?
Un ruolo importantissimo. Innocent Victim svolge buona parte della sua comunicazione pubblica attraverso la rete, non solo con il sito e tutto ciò che ruota ad esso intorno (la newsletter periodica con circa 300 iscritti, la vendita on-line, le iniziative di talent scout, gli approfondimenti riguardanti le nostre produzioni) ma anche con la partecipazione ad iniziative pubbliche come forum, newsgroup e chat. www.innocentvictim.com è diventato pian piano il punto di riferimento per chi vuole essere costantemente aggiornato sulle nostre iniziative o per chi vuole leggere in anteprima alcune delle nostre future promozioni.

Per adesso, per questo tipo di iniziative, la forma adottata è quella del file Adobe Acrobat scaricabile (attualmente la migliore tecnologia disponibile per mettere d'accordo qualità e semplicità d'uso), ma la prospettiva su cui stiamo già strutturando tutto il nostro lavoro è quella futura dell'E-book.
Anche in questo caso, ovvero quello del libro elettronico, si pensa sempre che una cosa debba sostituirne un' altra, mentre invece, per come la vedo io, si deve cominciare a ragionare in termini di continuità. Le nuove applicazioni di tipo interattivo possono convivere con il fumetto stampato e, lungi dal renderlo obsoleto ed eliminarlo, sono in grado di fornirgli nuovi orizzonti di distribuzione e di visibilità.

Una delle nostre usuali domande: cosa pensate delle vicende giudiziarie che stanno attraversando diversi editori di fumetti, generate da uno spirito bacchettone che svolge con diligenza l’errata equazione fumetti=roba per bambini?
Anche qui, in parte -e sottolineo in parte- credo che sia una conseguenza delle dimensioni ridotte del mercato italiano. Per esempio, negli USA Garth Ennis, sulle pagine di Preacher, si permetteva di far bestemmiare tranquillamente i suoi personaggi e alla bacchettona DCComics, che invece negli anni '80 censurava Veitch perchè accusato di voler ipotizzare sulle pagine di Swamp Thing un'origine aliena di Gesù Cristo, non gliene è fregato mai niente. E sapete perchè? Perchè Ennis con Preacher vendeva tanto quanto alla Vertigo non vedevano più dai tempi di Sandman.

Eppure in America hanno spostato appena di un poco quell'equazione fumetti=bambini e l'hanno trasformata in fumetti=adolescenti.

In Italia è facile attaccare Jorge Vacca e la sua Topolin ma poi, quando tutto è successo, è altrettanto facile fargli cerchio intorno in nome di una libertà di espressione artistica e di una qualità autoriale di ciò che la Topolin pubblica che non deve essere intaccata da niente e nessuno.

Ora, quanti di quelli che alzano lo scudo in difesa di Jorge Vacca, sarebbero poi pronti a inserire Brian the Brain o Psycopathia Sexualis nei loro bei piani editoriali tutti lindi e inutilmente ripetitivi?

Io -e parlo da un punto di vista estremamente personale- no, perchè continuo ad essere convinto che il fumetto Bonelliano che produce formule reiterate e il fumetto d'autore che si rivolge ai soliti lettori (categoria quest’ultima in cui buona parte delle produzioni della Topolin, a mio avviso, rientrano), siano entrambe strade che non aprono oggi, in Italia, nessuna nuova prospettiva al medium.

Chiarito questo, Jorge Vacca -o chi per lui- deve avere per me tutto il diritto di pubblicare e vendere materiale adulto nella forma che preferisce, fumetto compreso, e, facendo questo, deve avere diritto di essere lasciato in pace da tutti i comitati di genitori e dalle questure che evidentemente, in questo periodo di estrema confusione politica, non sanno più che cazzo fare del loro tempo nè dove andare a scovare nuove streghe da mettere al rogo.

QUESTA INTERVISTA COMPARIRA' ANCHE SU UNO DEI PROSSIMI NUMERI DI FUMO DI CHINA

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