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Ecco
un lettore di fumetti un po’ disattento: passa davanti al vostro stand in
una delle tante mostre di comics.
Siete
molto attivi anche all’estero: dopo aver “piazzato” Camuncoli alla
Vertigo, quali sono gli altri vostri autori “corteggiati” dalle case
editrici straniere? Quindi,
capite, l’esigenza di rivolgersi all’estero per vendere le proprie opere,
di indirizzarsi verso paesi in cui esista un industria editoriale ancora in
grado di produrre, più che una scelta diventa un’esigenza vitale per chi
vuole fare fumetti. E ciò è davvero triste, perchè significa che un editore
italiano, per pubblicare un’opera italiana, finisce per andarla ad
acquistare all’estero. E
qui, arrivo alla risposta alla vostra domanda. Quest’anno, in occasione
della fiera di Angouleme in Francia, abbiamo presentato ARCHIVEBOX 2001, un
contenitore editoriale di cinque nuovi progetti inediti e, accanto ad esso,
cinque altri che erano già stati pubblicati in Italia.
Molti
hanno accostato le vostre storie proprio alle produzioni Vertigo: non siete un
po’ stufi di simili sterili paragoni?
Quali
sono allora i vostri piani editoriali per il futuro? Si
è molto parlato della crisi del fumetto in Italia. Molte etichette e/o
redattori hanno detto la loro, imputando tale involuzione ai videogiochi, ai
manga, alla distribuzione, alla sciatteria delle proposte, per poi non
modificare di un millimetro le proprie scelte editoriali. Dite la vostra, voi
che avete il merito (con tante altre piccole label) di smuovere le acque in
questa melassa stagnante. La
questione videogiochi: quella della crisi del fumetto imputabile ai
videogiochi è una banalità portata avanti da almeno dieci anni da Bonelli e da
chi, come Bonelli, si pone in termini di alternativa tra il fumetto e qualsiasi
altra cosa che vada a scontrarsi sulla variabile tempo. Prima è stata la TV,
poi i videogames, adesso internet, tutte forme di intrattenimento che, secondo
gli “attenti analizzatori” di cui sopra, sottraggono tempo alla lettura di
un fumetto e, alla lunga, producono persone che un fumetto non lo sanno più
nemmeno leggere. Dal
mio punto di vista, invece, le cose vanno viste in maniera differente:
l’industria culturale, all’interno della quale rientrano a pieno diritto le software
house che producono videogiochi, sta producendo nuove forme di lettura e
questo mi porta a pensare che i criteri di lettura stiano cambiando e non che i
lettori siano destinati a scomparire: un esempio sono le avventure della Squaresoft
(produttori della saga di Final Fantasy, di Vagrant story, etc.),
decine e decine di ore di gioco che implicano una lettura molto simile a quella
del fumetto, con dialoghi muti e strutturati in forma di baloon. Di
più, mi porta a pensare che oggi un qualsiasi discorso riguardante
l’industria culturale diventi nullo se non supportato da un adeguato impegno
informativo sul prodotto: per fare un altro esempio, Harry Potter non è
un romanzo migliore di tanti altri attualmente in circolazione ma, per un
discorso di promozione e di teaser, nonchè per un’attenta
strutturazione che lo porta ad essere un prodotto adattabile a diversi livelli
di licenza (libri, fumetti, format tv, gadget, etc.) diventa il successo
planetario che abbiamo tutti sotto gli occhi. Lo
ripeto: per me, pur se a diversi livelli, si tratta sempre di industria
culturale, mentre in Italia la mentalità che va per la maggiore quando si
parla di fumetto è quella dell’ artigianato culturale. La querelle,
se c'è, sta tutta qui. In
Francia, se vai a proporre un progetto a fumetti agli Humanoides Associées o
alla Editions du Masque, il fatto che esso sia stato creato come progetto
multimediale, diventa quasi una conditio sine qua non per acquistarlo. In
America, le case editrici fanno a gara per acquistare le maggiori licenze
provenienti da videogames (Tomb raider, Resident Evil, Vagrant Story, Oni,
etc.) e per vendere poi i fumetti da esse derivati -spesso di pessima qualità,
ed è su questo che bisognerebbe lavorare piuttosto che stigmatizzare- negli
stessi canali di vendita dei videogames.
Chi
è che dalle nostre parti struttura un progetto a fumetti pensando
all’adattabilità dello stesso ad altri media che non siano il fumetto?
La paura di qualcosa nasce molto spesso dall’ignoranza della cosa in sè: per
questo mi piacerebbe sapere qual’è l’idea di videogioco che hanno in mente
queste persone che imputano ad esso la diminuzione nel numero di lettori del
fumetto. Ecco, non credo di andare molto lontano pensando che per loro il
videogioco sia qualcosa di poco diverso dagli shoot’em up da sala
giochi dei primi anni ‘80, con rare punte di illuminazione che potrebbero
anche includere Tomb raider (ma solo perchè la signorina Croft ha le
forme che tutti ben conosciamo e di cui qualsiasi giornale ha in qualche modo
parlato). Nei loro discorsi, lo ripeto, spesso c’è solo ignoranza. Il
vero punto, invece, lo ha indicato in un’intervista che mi è capitato di
leggere su Fumo di China Terry Fitzgerald,
vicepresidente della Todd McFarlane Productions: una volta i
fumetti si trovavano dovunque, anche dal droghiere. Oggi i fumetti si sono
ghettizzati nelle fumetterie e in molti casi è giusto che sia così, perchè
sono stati pensati per essere solo ed esclusivamente fumetti. In Italia la
tiratura più alta che può avere un volume per la fumetteria non supera le 5000
copie (ma la media solitamente non supera le 3000) e, sulla base di queste
cifre, non si può parlare di industria editoriale; eppure, qui da noi, ci si
preoccupa ancora dei videogames che rubano lettori e, giusto per fare un
esempio, non si pensa a realizzare un vero e proprio progetto multimediale che
sfrutti le centinaia di migliaia di console installate nelle case degli
italiani e che fra qualche mese si collegheranno in rete su canali dedicati.
Nessuno sembra avere la capacità di immaginare una cosa del genere, ma tutti si
sentono in diritto di criticarla a priori come deleteria per il fumetto. Ora,
come potete ben capire, operazioni di questo tipo non possono essere messe in
piedi con i capitali che girano oggi nel mondo del fumetto. Questo però non
toglie che il mondo del fumetto debba acquisire le capacità di strutturarsi in
modo tale da richiamare su di sè l’attenzione di chi di queste operazioni se
ne può fare carico. Manga:
i manga sono fumetti come tanti altri e quindi non capisco proprio il problema.
Forse i giapponesi sono semplicemente più bravi a creare fumetti in modo
industriale e da questo, come già detto, ci sarebbe da imparare piuttosto che
mettersi lì a condannare. Distribuzione:
in Italia la distribuzione riflette la situazione della produzione, uno stato di
guerra tra poveri che non mira mai ad allargare le possibilità di vendita del
prodotto. I distributori lo sanno di non avere a che fare con un’industria
editoriale e così se ne fregano: con la scusa di distribuire tutto, finiscono
per non dare rilevanza a nulla, in molti casi pagano i fornitori solo quando gli
fa comodo e comunque spesso dopo innumerevoli sollecitazioni. Con la scusa che
il mercato è piccolo, nessuno detiene una vera e propria esclusiva su un
prodotto e così, per i piccoli editori, la situazione che si presenta è spesso
del tipo prendere o lasciare. L’abbassamento
della soglia del rischio di entrata nel mercato spinge molti a provare. Hai
stampato un tuo fumetto? Tu dallo a me -ti dice il distributore- e io, per il
50% del prezzo di copertina, te lo distribuisco nelle fumetterie che si servono
da me. Lo vuoi in libreria invece che in fumetteria? Allora mi tengo il 55%, ma
solo perchè sei un amico. Poi, però, se dopo la prima ordinazione il libraio
chiede altre copie, il distributore solitamente non comunica all’editore la
richiesta prima di avere raggiunto un quantitativo sufficiente a giustificare
una spedizione a suo carico. O magari ti propone il conto vendita: tu mi dai
delle copie che io tengo qui in magazzino come scorta e io, se queste copie le
vendo, te le pago (naturalmente sempre tenendo per me il 50% del prezzo di
copertina e lasciando a te l’onere di una richiesta di verifica sul venduto). Questo
modo di fare semplicemente sobbarca tutto il rischio di imprese sulle spalle
dell’editore che, se non ce la fa più e chiude i battenti, chi se ne frega?
Tanto in Italia ogni mese, per quell’abbassamento della soglia di rischio di
cui sopra, ci sono decine di nuove produzioni che faranno sì che l’offerta
dei distributori alle fumetterie sia sempre cospicua.
Sciatteria
editoriale: questa è la
vera variabile che fa sì che in Italia le cose continuino ad essere sempre le
stesse se non a peggiorare. Infatti, uno stato di cose che non sa sfruttare in
nessun modo il fermento nato tra i piccoli editori indipendenti (fermento che
attualmente, per forza di cose, si sta piano piano spegnendo), io non posso far
altro che chiamarlo peggioramento. E’ ciò che fa sì che il fumetto rimanga
per antonomasia Bonelliano, pur sapendo che Bonelli non si è mai fatto carico
-nè mai se ne farà- di educare i lettori a nuove forme di espressione. La
logica, in Italia, è ancora quella dell’autore one man band,
l’artista che si esprime e che poi, magicamente, vede rese pubbliche le sue
opere. In
Italia affiancare ad un artista un editor suona ancora quasi come una
bestemmia, per gli editori e per gli autori, quando, per inserirsi in un
discorso di industria culturale come dicevamo prima, servono competenze che un
autore di fumetti solitamente non è nemmeno in grado di immaginare. E
Innocent Victim? Da noi la sciatteria editoriale non trova cittadinanza e
la cura posta nella confezione e nella realizzazione dei nostri ultimi volumi
credo che ne sia la prova. I nostri progetti nascono e si sviluppano in maniera
naturale con un forte potenziale di multimedialità (vi risulta difficile
pensare un videogame in stile Shen-Mue ispirato al mondo di Quebrada?).
Innocent victim crede fermamente nella promozione del prodotto (da qui, ad
esempio, la scelta di invitare in Italia veri luchadores messicani in
occasione di Lucca 1999 per il lancio di Quebrada e, da lì, la decisione di
cominciare ad importare noi direttamente da Tijuana le maschere originali
messicane) e, presso di noi, per fare un esempio, anche progetti d’autore come
quelli di Michele Petrucci sono sempre coordinati e supportati da un editor
che permette al progetto di dialogare con l’intera struttura. In
un recente editoriale su Mondo Naif, i Kappa Boys hanno scritto: “Non ci
mortifichiamo perchè i nostri fumetti non sono abbastanza indottrinanti per
essere popolari, ma neppure sfacciatamente colti da sembrare più autoriali.”
Cosa pensate della querelle tra fumetto d’autore e fumetto popolare? Hanno
ancora senso tali semplificazioni? I
Kappa Boys, un po’ come noi, stanno in mezzo tra questi due
schieramenti e, fosse solo perchè hanno capito che i fumetti giapponesi si
vendono meglio se sei anche proprietario di un Sushi bar che faccia da cassa di
risonanza alle tue iniziative, non possono che starmi istintivamente abbastanza
simpatici (anche se poi, dal punto di vista dell'addetto ai lavori, resto
alquanto perplesso per la loro iniziativa di organizzare un concorso a fumetti a
pagamento per individuare nuovi talenti a cui dare visibilità). Ma
torniamo a Innocent Victim: stare in mezzo significa, per noi, individuare
quella “terra di nessuno” situata tra gli schieramenti opposti di chi si
dice “autoriale” e di chi si dichiara “popolare”, un posto che c’è,
esiste, è più vasto di quanto si possa immaginare e possiede qualità che
vanno valorizzate. Autori
come Nicola Mari, Giuseppe Palumbo, Andrea Accardi (solo
per fare i primi nomi che mi vengono in mente di autentici talenti italiani,
persone ancora abbastanza giovani da non essere sprofondate nella rassegnazione
di tanti altri autori più anziani di loro) dovrebbero avere il coraggio di
staccarsi da quelle realtà editoriali che, in nome di una presunta sicurezza
economica, non permettono loro più di crescere in alcun modo; andarsene da
quelle trincee, puntare a quella “terra di nessuno” di cui parlavo prima
insieme e non come cani sciolti, un vero e proprio cartello che, come negli USA
è stato per l’Image o, con minori risultati, per la Legend,
faccia leva sul potere contrattuale dei loro nomi, sulle loro capacità e su una
mirata progettazione editoriale per portare una nuova prospettiva in una
situazione di stasi che vuole il fumetto italiano sclerotizzato in una comoda
dualità popolare/d’autore.
La
fine del millennio ha visto un rinnovamento del vostro sito internet. Che ruolo
può giocare la rete nella promozione del fumetto verso un pubblico più vasto? Per
adesso, per questo tipo di iniziative, la forma adottata è quella del file
Adobe Acrobat scaricabile (attualmente la migliore tecnologia disponibile per
mettere d'accordo qualità e semplicità d'uso), ma la prospettiva su cui stiamo
già strutturando tutto il nostro lavoro è quella futura dell'E-book. Una
delle nostre usuali domande: cosa
pensate delle vicende giudiziarie che stanno attraversando diversi editori di
fumetti, generate da uno spirito bacchettone che svolge con diligenza l’errata
equazione fumetti=roba per bambini? Eppure
in America hanno spostato appena di un poco quell'equazione fumetti=bambini e
l'hanno trasformata in fumetti=adolescenti. In
Italia è facile attaccare Jorge Vacca e la sua Topolin ma poi,
quando tutto è successo, è altrettanto facile fargli cerchio intorno in nome
di una libertà di espressione artistica e di una qualità autoriale di ciò che
la Topolin pubblica che non deve essere intaccata da niente e nessuno. Ora,
quanti di quelli che alzano lo scudo in difesa di Jorge Vacca, sarebbero poi
pronti a inserire Brian the Brain o Psycopathia Sexualis nei loro
bei piani editoriali tutti lindi e inutilmente ripetitivi? Io
-e parlo da un punto di vista estremamente personale- no, perchè continuo ad
essere convinto che il fumetto Bonelliano che produce formule reiterate e il
fumetto d'autore che si rivolge ai soliti lettori (categoria quest’ultima in
cui buona parte delle produzioni della Topolin, a mio avviso, rientrano), siano
entrambe strade che non aprono oggi, in Italia, nessuna nuova prospettiva al
medium. Chiarito
questo, Jorge Vacca -o chi per lui- deve avere per me tutto il diritto di
pubblicare e vendere materiale adulto nella forma che preferisce, fumetto
compreso, e, facendo questo, deve avere diritto di essere lasciato in pace da
tutti i comitati di genitori e dalle questure che evidentemente, in questo
periodo di estrema confusione politica, non sanno più che cazzo fare del loro
tempo nè dove andare a scovare nuove streghe da mettere al rogo. QUESTA INTERVISTA COMPARIRA' ANCHE SU UNO DEI PROSSIMI NUMERI DI FUMO DI CHINA le
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