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Intervista ad
Alessandro Bilotta e Carmine di Giandomenico
Il maraviglioso duo
I creatori de "Le
Strabilianti Vicende di Giulio Maraviglia, Inventore" rispondono al
nostro interrogatorio:
un altro tassello per verificare lo stato del fumetto in Italia

Nave Editrice Montego: tutto, dal nome al logo, dallo spirito al look del sito, vi identifica neanche troppo subliminalmente come pirati. Chi siete, come siete nati, quali obiettivi avete? State andando davvero all'assalto della sonnolenta isola del fumetto in Italia?
Bilotta: Si è pensato subito all'immagine dei pirati come simbolo di indipendenza e insieme di avventura. Indipendenza dal modo che c'è oggi in Italia di fare fumetti, un modo che credo approvino la maggioranza degli autori, ma non la minoranza a cui sentiamo di appartenere noi. L'intento, fin dall'inizio, è stato quello sicuramente pretenzioso, forse troppo, di ridare centralità all'autore e alla storia che ha da raccontare. Sembra scontato, ma non penso che esista più questo tipo di fumetto in Italia.
Fatte queste premesse il "progetto Montego" diventava un gruppo senza terra nel mare dell'editoria, quindi l'immagine del pirata che va dove vuole e fa quello che vuole quando lo dice lui ci è sembrata appropriata. Inoltre c'è il discorso dell'avventura, delle storie dei pirati come simbolo di un raccontare divertendosi, del "picaresco e antico divertimento delle avventura a fumetti", un divertimento che provano pochissimi autori oggi. Tra questi ci siamo sicuramente noi che ci divertiamo tanto, ma paghiamo lo scotto con ulcere e crisi nervose ogni volta che consideriamo che per noi è più difficile che per altri, perché sul nostro modo di fare fumetto quasi nessuno ha intenzione di investire. Un modo che qualche anno fa era la regola.
Una cosa che mi ha colpito molto della vostra produzione è l'eterogeneità delle proposte, che non significa necessariamente mancanza di una coerente linea editoriale. E' una vostra scelta ben precisa, quella della varietà, oppure è solo un caso?
Bilotta: La varietà secondo me è un discorso culturale. Cioè in Italia ormai mi sembra si produca un solo tipo di fumetto, un topos narrativo canonico modello feuilleton ottocentesco, con trame intricate da dipanare, in cui tutti gli interrogativi si risolvono come in una dimostrazione matematica. Come a manifestare all'editore che si è lavorato onestamente, preoccupati di non lasciare vignette senza testo, di un corretto uso della grammatica o dell'anatomia, quasi a dire che si è meritato il lavoro. È fondamentale la tecnica, non le idee. Il grave è che non parlo delle case editrici, ma degli autori; è la loro cultura, sembrano non conoscerne altre. Si crede che per fare una buona storia sia necessario costruire un mistero e risolverlo con un buon colpo di scena alla fine.
Alcuni autori di chiari meriti nazionali hanno trovato difficoltà a leggere "Povero Pinocchio" "perché" dicevano "le didascalie sono rotonde come i balloon e questo porta confusione", quando io rispondevo che allora le didascalie rettangolari si confondevano con i balloon rettangolari che disegnavano i francesi qualche anno fa. Sono discussioni sterili, ma che palesano la diffidenza che c'è in Italia verso ogni tentativo di raccontare che non sia quello in voga succitato. È un gravissimo problema culturale e ci vorrà più di un esempio per risolverlo. Attualmente nel fumetto italiano mainstream non vedo esempi rilevanti. Oggi consideriamo geniale, nuovo e incomprensibile quello che Francia, America e Giappone già facevano quindici anni fa. Se spedissimo a Jodorowsky, Moore e Otomo quello che qui viene considerato il fumetto più geniale, sono certo che sbadiglierebbero senza finire di leggerlo. E parliamo di autori che hanno vissuto l'apice più di quindici anni fa.
di Giandomenico: Nulla è un caso… dal mio punto di vista. Come disegnatore mi sento di dire che Montego non pubblica operette alla rinfusa, bensì opere d'autore fini a se stesse, ognuna ha una forza e un carisma che rappresentano ciò che è la vera realtà creativa italiana. Editorialmente ci si avvicina alla cultura francese dove tutto si può narrare, ma solo se i progetti presentati hanno uno schema curato, chiaro e accattivante, senza trascurare il rapporto popolare.
Montego, a mio avviso, non vuole paragonarsi ai colossi italiani; vuole dimostrare che il fumetto italiano va oltre quello straniero, o va oltre soprattutto quello che c'è in edicola, con i soliti nomi. Mostra una realtà che in Italia sta crescendo, nascosta dall'altra faccia della luna; perché il fumetto non è solo commercio, ma senzazione ed arte.
Tutti fanno un gran parlare della crisi del fumetto, della precaria situazione editoriale italiana, della assenza di sbocchi per i giovani autori, della mancanza di una seria critica specializzata.
Dal vostro punto di vista privilegiato, come pensate si possa uscire da questa
situazione?
Bilotta: È una domanda a cui non so rispondere. Innanzitutto bisogna vedere se la nostra posizione sia effettivamente "privilegiata", io la chiamerei piuttosto "fortunata" o meglio ancora "fortunosa". Nel senso che credo che per ora abbiamo solo dimostrato di trovarci al posto giusto nel momento giusto, per dire se ce lo siamo meritati dovremo aspettare anni. Non penso che in questo periodo in particolare, in questa nazione, le qualità del lavoro influiscano sulla possibilità di fare questo mestiere.
Le possibilità di uscita dalla precaria situazione editoriale, visto il mio ruolo, preferisco comunque ricercarle nel prodotto più che in discorsi sociologici che sarebbe comunque opportuno far fare a chi se ne intende. Da parte di alcuni editori vedo un lodevole tentativo di ricerca di un prodotto che possa smuovere le acque. Ma poi vai a comprare una nuova collana e scopri che la scrive uno sceneggiatore di cinquantanni, e fin qui non ci sarebbe niente di male, ma che non legge fumetti e pretende di insegnare la vita ai ventenni. Ma allora che senso ha? Che senso ha più questo mestiere per molti professionisti? Un autore a metà degli anni Ottanta ha creato Dylan Dog, una sola persona che, senza seguire mode editoriali o progetti prestampati, ha dato voce a migliaia di lettori che trovavano voce i loro incubi, migliaia di persone che poi sono tornate ad essere solo dei numeri. Ha venduto milioni di copie creando un grande periodo di fertilità in cui, in questo ambiente hanno avuto opportunità di lavoro cani e porci che hanno lasciato il deserto intorno a quelli che sono venuti dopo. Cioè noi, che i fumetti li avremmo voluti fare veramente.
Nessun addetto ai lavori sembra sospettare che per creare delle storie non c'è bisogno di progetti editoriali, redazioni, consulenze di marketing, ma solo dell'autore. Non si può fare un quadro a tavolino per fargli avere successo, c'è solo bisogno di un pittore come sempre nell'arte e così nel fumetto che è arte. Stanno ignorando la nuova generazione e se non ci sarà ricambio, quando purtroppo per motivi biologici loro verranno meno, mancherà la manodopera e le copie nelle edicole e nelle librerie. In futuro credo che questo periodo, sorridendoci un po' su, verrà ricordato come il Decennio di Dittatura del fumetto.
Perché la Crisi non esiste.
Su "1984" di George Orwell, nello Stato di dittatura, la guerra ha l'unica funzione di giustificare un regime che impone restrizioni economiche e politiche. Non ha nessuna importanza che il conflitto ci sia realmente, si ha bisogno di uno "stato di guerra" per distruggere quei materiali che altrimenti si sarebbero potuti usare per rendere ancora più comoda la vita delle masse e quindi, a lungo andare, renderle ancora più intelligenti.
A questo serve l'inesistente Crisi del fumetto. Quelli che trovano principale giovamento dalla presunta sono proprio le case editrici che hanno la scusa per bloccare le assunzioni. Redattori che rimandano le giustificazioni all'editore quando si sa bene che non esiste nessun editore che prende decisioni. L'editore mette i soldi e c'è chi decide per lui, in questo caso: i redattori. In edicola gli scaffali traboccano! Con una media di ogni due mesi esce una nuova testata. Quale Crisi? La Crisi è di chi in edicola non riesce ad andarci. A proposito nella Noncrisi, teoria che sostengo a spada tratta, vorrei consigliare l'interessantissimo intervento di BiDiEsse "Di crisi globali & strane leggi di mercato" sul sito della Perfect Trip Production [www.perfect-trip.it], credo che venga fuori la verità più pura.
di Giandomenico: A mio avviso non sono "privilegiato". Tutto ciò che ho realizzato tra pubblicità, fumetti e cinema, l'ho fatto senza cedere a compromessi o lingue perse per strada; e di questo ne sono "fiero". Purtroppo oggi il mondo è contaminato da persone che non hanno molto gusto e che pensano solo a fare soldi, trascurando il rapporto con il pubblico.
Potrei sembrare una persona che si sente arrivata, ma non è così, non mi pongo sopra ad un piedistallo, penso che per far tornare il "fumetto italiano" ci voglia una buona dose di umiltà e abbandonare l'atteggiamento del divismo, ritrovando il gusto di narrare ed illustrare, disseppellendo lo spirito del fumetto, ormai dimenticato. La soluzione non può essere data solo da noi del settore, bensì è il pubblico che deve capire di non avere solo un portafogli da svuotare, ma una testa, soprattutto un cuore. È grazie a loro che noi esistiamo, non dimentichiamolo mai…

Cosa pensate del
ricorrente spirito di censura che si abbatte sul mondo dei fumetti?
Possibile
che si continui a pensare ai fumetti come semplice passatempo per l'infanzia,
disegnini colorati per bambini?
Bilotta: Dal secondo significato del sostantivo maschile "fumetto" sul mio dizionario leggo: "Simbolo di banalità, spec. nella letteratura e nel cinema; questo film è un fumetto, cioè banale e pieno di luoghi comuni."
Tocchi argomenti che io considero i più importanti in assoluto sulla narrativa disegnata e a cui penso tutti i giorni, su cui non dormo la notte e su cui secondo me si dovrebbe interrogare ogni giorno chi lavora in questo campo. Non va bene la domanda che ci facciamo. Andrebbe riformulata con: cosa realmente propongono le case editrici italiane a dimostrazione che il fumetto italiano non è "roba per bambini"? La risposta è: niente. Addirittura tu parli di "disegnini colorati", se ci rifletti bene sono impensabili anche quelli, credo che l'unica casa editrice a pubblicare autori italiani a colori e senza i limiti creativi dei personaggi seriali sia proprio Montego. In Italia è inimmaginabile un cartonato di grande formato per un'opera inedita di un autore italiano, parliamo di fantascienza poi se questo autore è giovane. È sempre lo stesso problema culturale.
Che cosa possiamo aspettarci dai lettori se le case editrici e gli autori stessi si approcciano alla narrativa disegnata come prodotto usa e getta? Prima di frequentare il mondo dei fumetti facevo qualcosa di completamente opposto: frequentavo una scuola di fumetti, luogo in cui la narrativa disegnata non era certo di casa. Al corso di sceneggiatura l'autore/insegnante esordiva dicendo: "Il fumetto è un sottoprodotto culturale e, se pensate altrimenti, è meglio che cercate di fare un altro mestiere." Quel rubagalline non si rendeva conto che il problema non era nostro che buttavamo i soldi in quel corso, ma era suo che aveva aperto una scuola di fumetti. Questo è abbastanza rappresentativo di come vedo l'ambiente. Se un tribunale ordina il sequestro di "Psychopathia Sexualis" la colpa va unicamente attribuita a noi dell'ambiente che abbiamo sempre fatto credere che quelli non fossero temi da fumetto. Poi l'ambiente non venga a piangere lacrime di coccodrillo che si rende soltanto ridicolo.
di Giandomenico: Per rispondere a questa domanda si dovrebbe tornare indietro di moltissimi anni e purtroppo questo tipo di cultura ci sarà sempre. Il problema più grande è che oggi questo pensiero sta contaminando anche personaggi del settore, facendo dimenticare "il Fumetto". Per la censura, non dico che non debba esistere, c'è sempre un limite, ma questo dipende dai valori propri dell'autore.
Fa rabbia vedere tavole di prova di molti giovanissimi disegnatori dallo stile personalissimo, e riscoprire dopo qualche anno quegli stessi autori ormai disillusi, che hanno piegato la propria arte alle ragioni... dello stomaco, semplificando e standardizzando il proprio tratto per racimolare qualche soldo che permetta loro di tirare avanti. È una situazione tristissima scoprire giovani autori potenzialmente validi, che pur di campare passano all'illustrazione, alla pittura, alla grafica, alla costruzione di siti internet... Che ne pensate?
Bilotta: Non solo fa rabbia, ma credo possa portare alla disperazione. Di un aspirante autore e, non meno, di un lettore intelligente. Come ripeto, sono convinto che l'unica possibilità che ha la narrativa disegnata sia negli autori. Paradossalmente penso che il futuro radioso sarà di chi non accetta standard popolari e mi sento di consigliare a chiunque si approccia a questo mestiere che, realizzando un lavoro di qualità, non dovrà preoccuparsi di andare a bussare a una sola redazione, ma il mondo intero sarà suo. Penso allo Shok Studio, a Palumbo, Frezzato, Fabbri, Zezelj e al recentissimo caso del grande Camuncoli. In Italia chi decide nelle case editrici dichiara senza vergogna di non leggere fumetti da anni. Da noi non si sperimenta più, non si cercano strade nuove e l'arte è come la scienza, nel momento in cui si finisce di ricercare, si ferma, diventa inutile e muore. Forse bisognerebbe raccontare questo nelle scuole di fumetto.
Per tornare al discorso di prima sull'oligarchia intellettuale, l'altro giorno leggevo un libro sulle dittature e mi ha colpito una frase: "nelle società socialiste o capitaliste il mestiere del narratore non esiste più".
di Giandomenico: Da disegnatore posso dire che vivo questa realtà in maniera ostile e mi fermo spesso a pensare a quanti altri giovani autori si trovano in queste umilianti situazioni. Purtroppo l'Italia a volte è un paese senza stimoli, pronto a farsi influenzare dalle mode, dimenticando che il nostro territorio è ricco di menti creative. L'Italia era un paese di naviganti e poeti; oggi invece solo di Mc Donald's e cloni di paesi stranieri. Il problema è che oggi il fumetto è trattato solo da un punto di vista commerciale e non artistico. Esempio in America emerge il fenomeno Jim Lee… in Italia si pretende che tutti disegnino come questo grande autore; ok, si potrebbe anche fare, ma l'autore italiano che fine fa? Il tratto italiano? La nostra cultura? Di Manara, Liberatore, Battaglia, Pratt, Pazienza, ecc… Possibile che non abbiano lasciato nulla a chi oggi muove i fili di questo ambiente, a chi appartiene al nostro paese? Baà!
Quali sono le influenze artistiche che vi hanno portato a creare Giulio Maraviglia?
Bilotta: Quello che ha sempre stimolato il mio immaginario di bambino prima e di bambino non cresciuto poi, è sempre stato il comic book americano. Cioè un tipo di narrazione che nei suoi esempi più interessanti varia di albo in albo. Fin da piccolo l'ho sempre confrontata con i prodotti italiani per cui comprato-un-numero-comprati-tutti. Guardando invece opere come "Planetary" o "Tomorrow Stories", per citare due cose recenti, quando si ha in mano un albo si è totalmente all'oscuro di quello che succederà nel numero in questione e perfino di come ciò verrà raccontato o se il titolare della serie sarà presente nella storia. Non riesco proprio a immaginare niente di più divertente. Un tempo non leggevamo i fumetti per sorprenderci? Per non sapere cosa sarebbe successo? Il senso della meraviglia… quanto di più bello c'è in una persona che apre un giornaletto a fumetti.
di Giandomenico:
Giulio Maraviglia nasce da una profonda amicizia con Alessandro Bilotta, nata quasi come un colpo di fulmine! Entrambi abbiamo lo stesso modo spontaneo e divertente di concepire i fumetti, curando ogni particolare. Questo è stato il nostro approccio per la creazione di Giulio: divertirci e far divertire il pubblico che ci segue, con ironia e un gusto un po' retrò.
Ispirato dai sapori antichi, quasi dimenticati dalla frenesia di Internet e dai mondi virtuali, abbiamo voluto lavorare su una fantascienza diversa, che imprimesse un'epoca. In America e in altri paesi, questo genere ha attecchito in maniera decisa: lo "Steampunk"; però noi l'abbiamo fatto all'italiana, con lo spirito del nostro paese, ironico in tutte le situazioni. Quindi tutte le influenze artistiche e scenografiche di Maraviglia appartengono al bagaglio culturale, letterario e artistico del nostro paese. Potrei sembrare nazionalista e tendenzialmente lo sono, ma sono aperto anche alle altre culture. Infatti il mio tratto è influenzato da quello americano che ha segnato il mio modo di rappresentare la realtà, senza accantonare la mia natura italiana. Tutto questo è "Giulio Maraviglia", un mondo alternativo ricco di dettagli appartenenti alle nostre radici: antiche ma anche attuali, mai scontate e pesanti.
L'ho scritto su Stanza101 dopo averne letto un solo numero e mi sbilancio nuovamente... è un pastiche gustosissimo, un'idea brillante, che concilia la tradizione italiana del fumetto d'avventura con un gusto anglosassone: ben scritto, ottimamente disegnato ma, mi pare, rimasto misconosciuto tra il grande pubblico. Come stanno andando le vendite? Possibile che certe porcherie vendano decine di migliaia di copie (senza far nomi e cognomi, Gregory Hunter della Bonelli) ed opere "diverse" debbano lottare all'arma bianca per sopravvivere?
Bilotta: A oggi abbiamo i dati di vendita solo del numero uno e Giulio Maraviglia è uno degli albi che finora hanno dato più soddisfazioni economiche alla Montego, tanto che, a nostro rischio e pericolo, abbiamo proseguito la serie ben oltre i tre numeri. Anche la critica sembra contenta e questo acquieta la nostra ulcera. È ovvio che i numeri di un successo di una piccola casa editrice trasposti su una casa mainstream non sarebbero sufficienti a pagare neanche il letterista. Da un lato penso che proprio il fatto di essere piccoli permetta una maggiore cura del dettaglio, dall'altro lato penso che le case editrici mainstream non siano interessate alla ricerca di questo dettaglio. Questo crea il paradosso che opere su cui si sono investiti capitali e chiamati i più grandi professionisti del settore risultano meno curate e professionali, mentre altre su cui si è speso due lire e i cui nomi degli autori sono sconosciuti ai più, sembrano realizzate da professionisti consunti. C'è da domandarsi perché un editore che investe un capitale non pretenda un prodotto eccellente. Credo che sia perché il lettore viene considerato poco più di una larva, appunto perché legge fumetti, mentre l'autore si ritiene qualcuno con lo scettro della saggezza. Se davvero in Italia il mercato va male, checchè ne dicano gli autori per pararsi il sedere, vuol dire che quel lettore non è così larva e che lo scettro di quell'autore ha bisogno di una messa a punto. Non domandiamo mai il motivo della crisi a chi ne è veramente la causa, costui tende a inventare scuse per non ammettere che è lui che dovrebbe cambiare mestiere e non i giovani autori a rinunciarvi. Non puoi chiedere a un oligarca perché il suo Stato va male, ti risponderà che è colpa dei sudditi.
di Giandomenico: A una parte di questa domanda ho già risposto, ma ciò che vorrei aggiungere è che tutto ha bisogno dei propri tempi e che l'importante è che se ne parli.
Basti pensare a Stan Lee e Steve Ditko quando hanno ideato "L'Uomo Ragno", senza pensare a ciò che sarebbe diventato; e pensando a Maraviglia posso dire che ha ottime potenzialità per diventare una nuova realtà italiana, partorita dalla mente di Alessandro Bilotta; e non lo dico perché sono io a disegnarlo, ma per il semplice fatto che è un personaggio avvincente! Ed è questa la sua forza!
La nostra classica, banalissima domanda. Anziani e stanchi, lasciate il vostro galeone per continuare a vivere su un'isola deserta tropicale. Vi potete portare tre storie a fumetti. Quali?
Bilotta: Anziano e stanco lascio il mio galeone per ricostruire una nuova società su un'isola deserta perchè non condivido quella attuale. Riparto dall'Italia e porto con me tre capolavori forse ignorati:
"Poema a fumetti" di Dino Buzzati, "Pinky" di Massimo Mattioli e
"K" di Giuseppe Ferrandino e Luca Vannini. Decido che è da qui che bisogna partire per ricostruire e penso che sarà una buona vita… buona abbastanza.
di Giandomenico: Porterei opere che mi hanno influenzato e sconvolto. Il primo è
"Ronin" di Miller. "Watchmen", sublime nei dettagli e nella storia dirompente come un macigno, grandi
Alan Moore e Dave Gibbons. Infine un'opera appassionante ed adrenalinica come la saga
"Daredevil: Born Again" di Miller, dove in ogni pagina ti si stringe il cuore di emozioni, rendendoti vivo.
in
esclusiva per Stanza 101
una ricca preview con 5 tavole del secondo numero delle
Strabilianti Vicende di Giulio Maraviglia, inventore
"La Donna che Leggeva le Menti"
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