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Giara di Stolti Non
sempre il cielo sopra il mondo è sereno, e spesso non hai voglia di sorridere.
Non ne hai la forza. A volte i colori sono slavati, in mille sfumature di
grigio. Tutto sembra non funzionare, non sei più in sintonia con le cose e le
persone. Vorresti eclissarti, ma credi (continui a credere) che non potrà
durare per sempre. Jason Lutes, trentaduenne del New Jersey, ci colpisce al cuore, là dove i sentimenti pulsano irrequieti, con una storia raffinata e inusuale, che ci impone una profonda riflessione sulle nostre esistenze e sui nostri momenti più desolati, sulle capacità che ognuno di noi ha di aggrapparsi all'altro per trovare una via d'uscita, fosse anche solo la condivisione della tristezza. E' il male di vivere che viene qui descritto e le emozioni suscitate da
queste tavole pulite, che devono molto alla linea chiara europea, sono
quelle vere, quasi tangibili nella loro impetuosità, che ognuno di noi ha
provato (o proverà) nel corso della propria vita: l'amore, la perdita, la
solitudine, l'egoismo, il rimorso. Ma anche la speranza che una piccola dose di magia,
celata nelle nostre anime, cambi il corso di quel fiume che sono le nostre
esistenze. Chi
avesse problemi a reperire il volume, A completamento della recensione, pubblichiamo l'introduzione al romanzo, scritta da Luca Bernardi ed Omar Martini di Black Velvet, che cogliamo l'occasione di ringraziare per la disponibiltà dimostrataci. In un'altra pagine, potete leggere la presentazione del volume e le note biografiche dell'autore. “Mi
proponevo di creare un’esperienza di forte intensità.” Racconta
una leggenda ebraica che Dio consegnò a un angelo due giare di anime da
disseminare in modo equo nel mondo: una giara conteneva le anime delle persone
normali, l’altra conteneva le anime degli stolti. Mentre l’angelo volava per
eseguire il suo compito, gli cadde per sbaglio la giara degli stolti, che si
ruppe e diede origine a un intero paese di sciocchi, chiamato Chelm [1]. Per ammissione stessa di Jason Lutes, l’unico collegamento che ha il suo romanzo a fumetti con questa storia è il riferimento nel titolo [2], sebbene non si possa certo negare che l’umanità rappresentata in Giara di stolti annaspi in un luogo dove follia e stoltezza sembrano essere le uniche regole che governano la vita. È questa umanità la vera protagonista del libro, composta da individui che faticano a convivere con se stessi perché convinti di non avere più vie di uscita. Vivono un’esistenza precaria ai margini della società e la loro unica speranza è quella di aggrapparsi gli uni agli altri in una dipendenza reciproca, dalla quale si potranno affrancare solo attraverso una presa di coscienza e una rinnovata forza interiore.
Questo
approccio, decisamente naturalistico, deriva dal fumetto indipendente americano,
che conobbe grazie a letture personali e alla frequentazione delle casa editrice
Fantagraphics Books, dove lavorò per un breve periodo. Il fumetto alternativo
in bianco e nero fu un fenomeno di moda negli anni ’80 e sembrò incendiare il
mercato statunitense e canadese. Pur nella sua breve ed effimera durata riuscì
ad aprire la strada a un gruppo di autori che, seguendo le orme di personalità
dell’underground come Robert Crumb e
Gilbert Shelton, rivolsero l’attenzione in modo vario e fecondo alla propria
realtà interiore e al mondo circostante. Trascorso il periodo delle proteste
degli anni ’60 e ’70, quello che interessava a questa nuova “scuola di
disegnatori” era raccontare ciò che gli era vicino, per quanto minuto,
personale e insignificante potesse essere, nei modi e nei registri più
disparati: dalla dissezione gelida e asettica delle psicologie e dei rapporti
tra i personaggi di Chester Brown (una delle fonti dichiarate di Lutes); alla
descrizione di un’umanità deviata, americana al 100%, che si dimostra
surreale e aliena a causa delle proprie abitudini e dei propri tic, descritti in
maniera puntigliosa da Daniel Clowes; alla narrazione cronachistica (quasi un
giornalismo a fumetti) di David Collier; alla grigia quotidianità stemperata
dal ricordo di Seth; all’autobiografismo totale, senza censure e
autodenigratorio di Joe Matt... Questi e tanti altri autori hanno ispirato nuovi disegnatori e sceneggiatori che, come Jason Lutes, continuano il difficile e complesso compito di raccontare il mondo che li circonda. Nel caso dell’autore di Giara di stolti, la raffinata costruzione del plot non deve trarre in inganno: la trama, infatti, è costituita solo apparentemente da una progressione di eventi. In realtà, il motore principale della narrazione è la dolorosa rappresentazione delle dinamiche relazionali tra i protagonisti e il turbinio di emozioni da cui sono dominate e determinate lungo un percorso che, almeno apparentemente, non presenta una via d’uscita o una redenzione finale. Il senso di disperazione del racconto è reso ancora più estremo dall’infiltrazione sottile e inaspettata di sequenze oniriche, allucinazioni e visioni che colgono di sorpresa il lettore, distorcendone il piano di realtà e generando un continuo sbilanciamento verso uno spazio di intensa estraneità. È forse questo il dispositivo narrativo con cui Lutes riesce a trascendere la contingenza degli eventi vissuti dai protagonisti e a donare alla vicenda un carattere universale.
L’altra
fonte di ispirazione di Lutes è, ovviamente, il fumetto europeo. L’attrazione
per la “ligne claire” di scuola
franco-belga risulta evidente nel tratto e nella crescente attenzione al
dettaglio, uno stile allo stesso tempo realistico e fortemente grafico, e
nell’uso sapiente e misurato del bianco e nero, che diventa un perfetto
sostituto del colore. Infatti, il gelido biancore di certi scorci o di certi
volti riesce a rendere, in maniera ancora più efficace di quanto sarebbe
riuscito a rappresentare una qualsiasi tavolozza di colori, il senso di
straniamento e di isolamento di molte situazioni. Alla
luce di questo naturalismo, narrativo e tematico ci si potrebbe, infine,
chiedere quale valore hanno i temi della magia e dell’illusione, che
percorrono in maniera costante questo romanzo a fumetti. Forse per Lutes sono
mezzi narrativi per trasmettere la speranza nell’esistenza di una via di
uscita dal baratro per queste esistenze alla deriva... oppure, più
semplicemente, forse rappresentano la metafora sotterranea del “raccontare”
che ha bisogno di una willing suspension
of disbelief da parte del lettore per permettergli di immedesimarsi nella
storia, liberando, quindi, i poteri catartici del racconto. Luca Bernardi & Omar Martini © Black Velvet [1] Chi volesse leggere questa breve leggenda e gli altri racconti di Chelm, la città degli stolti, può consultare Il meglio dei racconti yiddish, a cura di Irving Howe ed Eliezer Greenberg (Oscar Mondadori, 1985). [2] Il termine fool, in realtà, ha un significato più ampio, rispetto alle parole italiane “stolto” oppure “sciocco”. Pur avendo questa accezione, nella letteratura anglo-sassone è stato utilizzato anche per designare quelle persone che, nella loro follia, riescono a vedere oltre i limiti ristretti della ragione umana. Copyright
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Jason Lutes, All right reserved. vai alla presentazione del volume e alle note biografiche dell'autore. |
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