Giara di Stolti
Jason Lutes
Black Velvet, lire 20.000

"Dio, ti secca se ti faccio una domanda?"
(...)
"Non avrai mica il cuore a pezzi?"

Non sempre il cielo sopra il mondo è sereno, e spesso non hai voglia di sorridere. Non ne hai la forza. A volte i colori sono slavati, in mille sfumature di grigio. Tutto sembra non funzionare, non sei più in sintonia con le cose e le persone. Vorresti eclissarti, ma credi (continui a credere) che non potrà durare per sempre. 
Il destino mischia le sue carte e te ne dona alcune. Le giochi svogliatamente, vinci e perdi, smarrendoti nella routine. Ma non devi mai dimenticare che, a volte, le carte possono essere cambiate.

Jason Lutes, trentaduenne del New Jersey, ci colpisce al cuore, là dove i sentimenti pulsano irrequieti, con una storia raffinata e inusuale, che ci impone una profonda riflessione sulle nostre esistenze e sui nostri momenti più desolati, sulle capacità che ognuno di noi ha di aggrapparsi all'altro per trovare una via d'uscita, fosse anche solo la condivisione della tristezza. 

E' il male di vivere che viene qui descritto e le emozioni suscitate da queste tavole pulite, che devono molto alla linea chiara europea, sono quelle vere, quasi tangibili nella loro impetuosità, che ognuno di noi ha provato (o proverà) nel corso della propria vita: l'amore, la perdita, la solitudine, l'egoismo, il rimorso. Ma anche la speranza che una piccola dose di magia, celata nelle nostre anime, cambi il corso di quel fiume che sono le nostre esistenze.
A volte ci viene chiesto perchè continuiamo a leggere fumetti, perchè ci ostiniamo a voler far battere il nostro cuore per dei sogni disegnati. E' un grande romanzo, Giara di Stolti, e la migliore risposta a queste domande.

Chi avesse problemi a reperire il volume,
può rivolgersi direttamente alla
Libreria Harzack
Via Matteotti 23/A
40129 Bologna
Tel. 051/37.40.03
e-mail: libreriaharzack@libero.it


A completamento della recensione, pubblichiamo l'introduzione al romanzo, scritta da Luca Bernardi ed Omar Martini di Black Velvet, che cogliamo l'occasione di ringraziare per la disponibiltà dimostrataci. In un'altra pagine, potete leggere la presentazione del volume e le note biografiche dell'autore.


“Mi proponevo di creare un’esperienza di forte intensità.”
Jason Lutes.

Racconta una leggenda ebraica che Dio consegnò a un angelo due giare di anime da disseminare in modo equo nel mondo: una giara conteneva le anime delle persone normali, l’altra conteneva le anime degli stolti. Mentre l’angelo volava per eseguire il suo compito, gli cadde per sbaglio la giara degli stolti, che si ruppe e diede origine a un intero paese di sciocchi, chiamato Chelm [1].

Per ammissione stessa di Jason Lutes, l’unico collegamento che ha il suo romanzo a fumetti con questa storia è il riferimento nel titolo [2], sebbene non si possa certo negare che l’umanità rappresentata in Giara di stolti annaspi in un luogo dove follia e stoltezza sembrano essere le uniche regole che governano la vita. È questa umanità la vera protagonista del libro, composta da individui che faticano a convivere con se stessi perché convinti di non avere più vie di uscita. Vivono un’esistenza precaria ai margini della società e la loro unica speranza è quella di aggrapparsi gli uni agli altri in una dipendenza reciproca, dalla quale si potranno affrancare solo attraverso una presa di coscienza e una rinnovata forza interiore.

Questo approccio, decisamente naturalistico, deriva dal fumetto indipendente americano, che conobbe grazie a letture personali e alla frequentazione delle casa editrice Fantagraphics Books, dove lavorò per un breve periodo. Il fumetto alternativo in bianco e nero fu un fenomeno di moda negli anni ’80 e sembrò incendiare il mercato statunitense e canadese. Pur nella sua breve ed effimera durata riuscì ad aprire la strada a un gruppo di autori che, seguendo le orme di personalità dell’underground come Robert Crumb e Gilbert Shelton, rivolsero l’attenzione in modo vario e fecondo alla propria realtà interiore e al mondo circostante. Trascorso il periodo delle proteste degli anni ’60 e ’70, quello che interessava a questa nuova “scuola di disegnatori” era raccontare ciò che gli era vicino, per quanto minuto, personale e insignificante potesse essere, nei modi e nei registri più disparati: dalla dissezione gelida e asettica delle psicologie e dei rapporti tra i personaggi di Chester Brown (una delle fonti dichiarate di Lutes); alla descrizione di un’umanità deviata, americana al 100%, che si dimostra surreale e aliena a causa delle proprie abitudini e dei propri tic, descritti in maniera puntigliosa da Daniel Clowes; alla narrazione cronachistica (quasi un giornalismo a fumetti) di David Collier; alla grigia quotidianità stemperata dal ricordo di Seth; all’autobiografismo totale, senza censure e autodenigratorio di Joe Matt...

Questi e tanti altri autori hanno ispirato nuovi disegnatori e sceneggiatori che, come Jason Lutes, continuano il difficile e complesso compito di raccontare il mondo che li circonda. Nel caso dell’autore di Giara di stolti, la raffinata costruzione del plot non deve trarre in inganno: la trama, infatti, è costituita solo apparentemente da una progressione di eventi. In realtà, il motore principale della narrazione è la dolorosa rappresentazione delle dinamiche relazionali tra i protagonisti e il turbinio di emozioni da cui sono dominate e determinate lungo un percorso che, almeno apparentemente, non presenta una via d’uscita o una redenzione finale. Il senso di disperazione del racconto è reso ancora più estremo dall’infiltrazione sottile e inaspettata di sequenze oniriche, allucinazioni e visioni che colgono di sorpresa il lettore, distorcendone il piano di realtà e generando un continuo sbilanciamento verso uno spazio di intensa estraneità. È forse questo il dispositivo narrativo con cui Lutes riesce a trascendere la contingenza degli eventi vissuti dai protagonisti e a donare alla vicenda un carattere universale.

L’altra fonte di ispirazione di Lutes è, ovviamente, il fumetto europeo. L’attrazione per la “ligne claire” di scuola franco-belga risulta evidente nel tratto e nella crescente attenzione al dettaglio, uno stile allo stesso tempo realistico e fortemente grafico, e nell’uso sapiente e misurato del bianco e nero, che diventa un perfetto sostituto del colore. Infatti, il gelido biancore di certi scorci o di certi volti riesce a rendere, in maniera ancora più efficace di quanto sarebbe riuscito a rappresentare una qualsiasi tavolozza di colori, il senso di straniamento e di isolamento di molte situazioni.

Alla luce di questo naturalismo, narrativo e tematico ci si potrebbe, infine, chiedere quale valore hanno i temi della magia e dell’illusione, che percorrono in maniera costante questo romanzo a fumetti. Forse per Lutes sono mezzi narrativi per trasmettere la speranza nell’esistenza di una via di uscita dal baratro per queste esistenze alla deriva... oppure, più semplicemente, forse rappresentano la metafora sotterranea del “raccontare” che ha bisogno di una willing suspension of disbelief da parte del lettore per permettergli di immedesimarsi nella storia, liberando, quindi, i poteri catartici del racconto.

Luca Bernardi & Omar Martini

© Black Velvet


[1] Chi volesse leggere questa breve leggenda e gli altri racconti di Chelm, la città degli stolti, può consultare Il meglio dei racconti yiddish, a cura di Irving Howe ed Eliezer Greenberg (Oscar Mondadori, 1985).

[2] Il termine fool, in realtà, ha un significato più ampio, rispetto alle parole italiane “stolto” oppure “sciocco”. Pur avendo questa accezione, nella letteratura anglo-sassone è stato utilizzato anche per designare quelle persone che, nella loro follia, riescono a vedere oltre i limiti ristretti della ragione umana.


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Published by Black Velvet
after arrangements with Jason Lutes

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