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Artbabe
Jessica Abel
Black Velvet, lire 18.000
In copertina, un
ragazzo sembra sfruttare il riflesso di una vetrina per scrutare il mondo alle
sue spalle.
E non ci può essere manifesto più esplicito per presentare questo
ottimo paperback di Jessica Abel, tradotto in italiano da Luca Bernardi e Omar
Martini. Nella serie di storie contenute nell'albo ci vengono raccontate vite di
giovani americani (ma gli episodi potrebbero svolgersi in un qualsiasi paese
industrializzato) alle prese con i sentimenti più semplici e profondi che
caratterizzano il loro essere. Tutto
viene mediato e interpretato: difficilmente siamo messi in grado di comprendere
appieno le ragioni più sincere dei veri protagonisti che, magari, rimangono
sullo sfondo, raccontati dai gossip degli amici, un riflesso delle
loro reali esistenze.
Amore
e frustrazione, speranza e rassegnazione, paura e gioia, tutti stati
d'animo che attraversano queste vite smarrite, che mettono a dura prova piccoli
esseri viventi alle prese con un mondo complesso, fatto di relazioni e silenzi,
comportamenti e contraddizioni. Ed è con una sorta di immedesimazione che in qualche
misura il lettore viene trascinato in queste realtà appena tratteggiate, tanto
che spesso ci si ritrova nelle azioni dei personaggi, tanto vividi che sembra di
averli conosciuti in qualche realtà alternativa, in una vita parallela alla nostra.
Dice una ragazza
all'amica in un viaggio notturno in auto al centro della città: "Mi
dispiace, ma non riesco ad essere coerente. E' solo una sensazione che a volte
provo, un sentimento improvviso di gioia e di amore per la mia città e poi,
immediatamente, sopraggiunge la melanconia, l'intima consapevolezza di quanto
sia futile il mio desiderio di movimento". Quante volte anch'io ho
provato questo stesso sentimento, rientrando da una serata fuori casa?
Abilissima la Abel a
volare leggera, a trattenere la penna e la matita per non raccontare di più, a
lasciare storie e personaggi sospesi.
Consigliatissimo.
le
immagini © Jessica
Abel, Black Velvet
Introduzione al
Volume
Quello che colpisce dell’esperienza artistica di Jessica Abel è la concretezza e la forte determinazione che l’hanno guidata nei diversi progetti che ha realizzato o a cui ha collaborato. Non aveva importanza che fossero periodici universitari, fanzines o mini-comics: per lei la cosa fondamentale era "realizzare concretamente qualcosa". L’obiettivo non era solo quello di esprimere se stessa e le proprie idee, ma anche di misurarsi direttamente con le difficoltà pratiche che implica produrre una pubblicazione. In quest’atteggiamento la Abel è ispirata senza dubbio dalla retorica dell’auto-produzione tanto cara a Dave
Sim, il celebre autore di Cerebus, ma non ne fa un manifesto ideologico: piuttosto, è mossa da uno stimolo interiore a comunicare, esprimersi, creare e superare gli ostacoli di un atteggiamento passivo. Per l'autrice divenne quindi un passo naturale partecipare allo Xeric
Grant, l'importante concorso istituito negli Stati Uniti che assegna ogni anno ai migliori autori non professionisti i fondi necessari per realizzare in modo professionale un proprio progetto. Per Jessica Abel questo significò la possibilità di realizzare "Le quattro stagioni", il quinto numero del primo ciclo auto-prodotto di
Artbabe. In quest’albo l’autrice comincia a farsi notare per le sue doti narrative e per la caratterizzazione dei personaggi. È qui che per la prima volta emergono in modo limpido e definito le sue capacità e le tematiche che articolerà in modo compiuto nei racconti successivi: storie di ventenni che si scontrano con i piccoli e grandi problemi della vita di tutti i giorni, senza però lasciarsi abbattere. Sarà proprio grazie a quest’albo che avverrà il grande salto e la pubblicazione di un nuovo ciclo di storie da parte della Fantagraphics
Books, una delle più importanti e innovative case editrici di fumetto alternativo. La seconda serie di
Artbabe, raccolta completamente in questo volume, è senza alcun dubbio il culmine della maturazione di questa autrice: misurandosi con storie più lunghe, ha la possibilità di approfondire e sviluppare tutti gli elementi che erano già presenti nei suoi lavori precedenti.
Artbabe è costituito da una serie di racconti di vita quotidiana ambientati in una comunità di
"hipsters", giovani alla moda, e ne descrive le ansie, i conflitti e le delusioni. Le vicende non sono strettamente autobiografiche, ma inevitabilmente la Abel inserisce situazioni e stati d’animo che ha vissuto e ne fa materia di riflessione personale. Ci sono personaggi, come la ballerina fallita o lo scrittore velleitario, che possono rimandare a figure o archetipi più grandi, ma in Artbabe anche questi sono restituiti alla dimensione del quotidiano e quello che viene rappresentato è, "semplicemente", la vita di tutti i giorni. Uno degli aspetti che colpisce di più è la quasi totale assenza di quel profondo sentimento di melanconica tristezza o pessimismo che pervade i lavori di così tanti autori indipendenti americani. Questi brevi estratti di vita non si pongono negativamente nei confronti dell’esistenza, nonostante affrontino i problemi, le insoddisfazioni o i dubbi della comunità di giovani che rappresentano. Fortissima è la coscienza di quello che si sta narrando: non si parla di profondi drammi psicologici o esistenziali che scuotono nel profondo i protagonisti, né di eventi drammatici che cambiano le loro vite. La riflessione sulla propria storia personale si sviluppa raccontando quello che accade a ragazzi di circa venticinque anni che devono affrontare le normali difficoltà di tutti i giorni, senza per questo rendere la materia strettamente "generazionale" o frivola. È tramite l’esposizione naturale di queste attività quotidiane (le uscite con gli amici, i locali alla moda, i concerti) che prende vita il loro tentativo di autocoscienza. A volte questi personaggi possono far sorridere perché sembrano atteggiarsi a "persone vissute", mentre la loro esperienza di vita è ancora limitata, però Jessica Abel se da una parte s’immedesima nei loro problemi e nelle loro ansie, dall’altra, pur senza giudicarli, li ridimensiona con sottile e simpatico distacco.
È importante, inoltre, porre l’accento sull’uso strutturale del dialogo all’interno della narrazione. In questi racconti generalmente non c’è una trama vera e propria: la storia non procede tramite un susseguirsi di accadimenti concatenati tra loro né ci sono colpi di scena che tengono il lettore con il fiato sospeso. Al contrario, queste storie si basano sui dialoghi tra i personaggi, che costruiscono le vicende e le fanno andare avanti. È quasi un trionfo della parola quello della
Abel, osservata in tutte le sue dimensioni, dal monologo interiore alle interazioni tra amici fino ai commenti di un gruppo di persone. I dialoghi sono utilizzati strutturalmente per dare tridimensionalità alla narrazione: la medesima situazione è rappresentata da angolazioni diverse, attraverso i vissuti e le impressioni di varie persone, che provano emozioni o hanno opinioni diverse. C’è una cura estrema in ogni dettaglio, una cura che si nota soprattutto nelle conversazioni che si intrecciano con estrema naturalezza e nella scansione delle vignette, che colgono ogni particolare dell’azione dei personaggi, caratterizzandoli anche per come si muovono e agiscono, e non solamente per quello che dicono e per come si comportano. Questa forte attenzione al dettaglio e alla rappresentazione di ogni movimento non produce uno statico piano-sequenza che cerca di riprodurre un effetto cinematografico, ma rappresenta invece una attenta scomposizione dei gesti e dei dialoghi che aiuta a portare avanti la vicenda, diventando elemento essenziale per la storia.
Il discorso che porta avanti Jessica Abel, a nostro giudizio, è importante anche per un altro aspetto. È in corso da molti anni una discussione, giunta anche in Italia, sulle nuove forme del fumetto e sulla centralità del "romanzo a fumetti". L’enfasi non è posta solo sulla maggiore lunghezza, ma soprattutto sulla struttura più complessa della storia, con la convinzione che questo permetterà al fumetto di sviluppare quelle potenzialità narrative a volte poco sfruttate e di raggiungere quella maturità tanto agognata, ma spesso incatenata dalla serialità e dai meccanismi di genere. Su questo sentiero il medium "fumetto" ha percorso già una lunga strada, basti solo pensare ai capolavori di Will Eisner e Art Spiegelman e alle caratteristiche dei lavori più recenti di autori quali Chester
Brown, Seth o Howard Cruse. Jessica Abel invece, in totale controtendenza, approfondisce le enormi possibilità offerte dal racconto breve. Questa importante forma di narrativa è stata più volte utilizzata con superficialità, ma in questo caso l’autrice riafferma con il proprio lavoro la dignità e l’autorevolezza della "short story". Jessica Abel e gli altri autori della sua generazione, come per esempio Adrian
Tomine, prediligendo uno studio della "grammatica" della brevità, continuano una tradizione della cultura americana fortemente ispirata dall’esperienza del fumetto underground, ma che si inserisce a pieno titolo nel solco tracciato nella letteratura da autori del calibro di Hemingway e
Carver. Ellissi narrative, dialoghi spezzati che procedono per sottintesi, gesti che esprimono molto più di quello che potrebbero fare le singole parole, diventano le regole di una narrativa che afferma con decisione il suo diritto a esistere proprio perché le sensazioni che si desidera trasmettere possono essere narrate in poche pagine. Il racconto auto-conclusivo diventa l’elemento fondamentale attraverso cui questi nuovi autori cercano di esprimere la vasta gamma di storie che desiderano disegnare, nonché una forma in cui poter esercitare le proprie capacità e abilità creative.
Questi racconti funzionano proprio grazie alla loro brevità: Jessica Abel sceglie di rappresentare determinate situazioni che ci forniscono in modo sintetico tutti gli elementi per penetrare nei pensieri dei personaggi e immaginare le motivazioni delle loro azioni. Gli inizi improvvisi, in cui il lettore si trova catapultato all’interno di una situazione già cominciata, e i finali aperti, quasi sospesi, in cui spesso le situazioni non si sono concluse ma hanno semplicemente trovato una momentanea interruzione, riescono a creare in noi lettori quell’intensità catalizzante che altre cinquanta pagine in più non avrebbero probabilmente fornito.
Jessica Abel sta realizzando qualcosa di diverso: sta dando forma a un modo di raccontare che non ha bisogno dei tempi lunghi e dilatati, ormai quasi di moda, ma che nella sintesi, nelle dimensioni del dialogo e del silenzio, nelle sospensioni e negli stacchi trova una propria ragione di esistere.
Luca Bernardi & Omar Martini
il testo ©
Black Velvet
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