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Se non c'è più dubbio che il fumetto possa essere opera d'arte, raccontando una vita o una visione del mondo con la stessa forza dei linguaggi tradizionali, bisogna però avvertire, nella nostra caccia alla nona arte, di non trascurare quelle opere che pur senza cambiare il nostro mondo costruiscono narrazioni convincenti, ricche, entusiasmanti: quell'ottimo artigianato, insomma, di cui Red Eyeys # 1 è un saporosissimo esempio. La storia potrebbe essere quella di una semplice vendetta militare: il capitano Mills (detto Genocide…) vuole la testa di Crazy, ex-compagno di battaglia che congiurò contro di lui per farlo credere un traditore e comminargli la pena capitale. In realtà, quello che ci colpisce in questa storia di fantascienza bellica, e che la rende artigianato davvero prezioso, non è soltanto la perizia grafica o il senso d'un ritmo affannoso e coinvolgente nelle sequenze d'azione: è invece una particolare visione della guerra che ne delegittima i presupposti ideologici per svelarne la natura di bassa e insensata sete di violenza e potere. Nessuno è pienamente eroe, in Red Eyes, nessuno può dirsi davvero giustificato nelle azioni, mentre, come nota acutamente Castellazzi nell' introduzione, i personaggi diventano "carnefici e vittime di un sistema sanguinario che stritola tutto e tutti" (come nei grandi film di Kitano - vedi Brother). Le azioni sono raccontate dal basso, da un punto di vista che non abbraccia i campi di battaglia mostrandoci gli avvenimenti come parte d'un tutto organico, ma che trasforma la guerra in una deriva di atti bestiali e grotteschi, dietro ai quali s'annidano il tradimento e la cupidigia personale. Il sangue scorre a fiumi, le teste esplodono e le braccia vengono mozzate, ma qui il gelo dello sguardo d'autore non tradisce la minima ombra di compiacimento: come direbbe Artaud, questo teatro è crudele perché racconta un mondo crudele, non perché gli piaccia esser così. E anche il farci vedere ciò che chi vuol raccontare rassicuranti storie di guerra non mostra (come i soldati impazziti per gli orrori delle battaglie, la popolazione stremata dalla fame e le cariche della polizia sui cittadini stanchi del regime marziale), è una scelta di impegno e coraggio per la quale siamo davvero riconoscenti a Jun Shindo. Recensione di Marco Arnaudo le immagini © dei
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