Sonnambulo e altre storie
Adrian Tomine
Coconino Press, Lire 24.000

Non è difficile scorgere, nel panorama degli ultimi anni, la nascita e il consolidamento di quella che potremmo chiamare una corrente minimalista o crepuscolare del fumetto; di un bacino di idee e sensibilità comuni che tocca Seth, Brown, Lutes, la Abel, Clowes, Tom Hart (The Sands) e che, con toni elegiaci e tratto essenziale, oppone al chiasso di molti prodotti contemporanei un' arte del soffermarsi e dell'alludere (o tacere). Ora, deve forse annoiarci la lettura di un nuovo volume assimilabile ai precedenti per stile e sapore, una nuova raccolta di storie letteralmente fatte di nulla? Noi crediamo di no, specialmente se il nuovo pezzo del mosaico aggiunge materiale fresco e visioni diverse ai suoi colleghi del sentire; se insomma arricchisce il nuovo genere come fa questo "Sonnambulo e altre storie" del giovane Adrian Tomine.
Nei contenuti Tomine predilige, similmente agli altri crepuscolari, la piccola storia con pochi o nessun evento; ritaglia dallo sfondo di un quotidiano che crediamo di conoscere a memoria microscopiche vicende esibitamene inutili, oppure, addirittura, del tutto normali. In queste sedici storie brevi c'è chi ha perso l'aereo, chi non parla col padre, chi ha schiantato l'auto, c'è "chi suda, chi lotta, chi mangia una volta, chi gli manca la casa, chi vive da solo, chi prende assai poco, chi gioca col fuoco" (come diceva Rino Gaetano): ci siamo quasi tutti, come su di una minuscola arca in cui ci vediamo l'un l'altro per la prima volta. Questo strano effetto di calore e alienazione viene creato dalla regia lenta e riflessiva di Tomine, che ci porta dentro al già noto con singolare capacità di penetrazione e un attento lavoro di selezione e montaggio dell'immagine (vengono a volte in mente alcune sequenze di "L'argent" di Bresson). Tutto ci appare cosi' leggermente sfasato, millimetricamente inesatto, e veniamo costretti a riconsiderare uno per uno gli elementi che credevamo appartenere solidamente alla nostra esperienza.
Ci sono paesaggi che supponiamo sfocati perché li abbiamo sempre visti da auto che sfrecciavano troppo in fretta: se rilassiamo il pedale e ci immettiamo in un flusso nuovo (o lo riscopriamo) possiamo gustare (oppure odiare) uno dopo l'altro gli angoli del reale, le sue parole, persino le sue violenze e insensatezze. 

E rispetto agli altri cantori di un quotidiano che non trascende nell'oleografia piccolo-borghese, l'originalità di Tomine sta anche nel porre l'attenzione sullo spirito voyeuristico della società contemporanea, trappola in cui tutti sono avidi di tutto ciò che riguarda tutti, gabbia in cui di necessità si subisce o si attua crudelmente l'oscuro e ossessivo scrutare (tante grazie Mister Bentham). Da questa stretta soffocante non sfuggono né il narratore né il lettore: nel racconto "Echo Ave" ci poniamo dietro a una finestra buia per spiare i coiti della coppia nel palazzo accanto; in "Layover" (Sosta) sbirciamo col protagonista oltre la finestra della fidanzata assente; in "Hostage Situation" (In ostaggio) siamo imprigionati in un bus sotto lo sguardo di due bulli volgari e attaccabrighe… Più inquietante (e bello) di tutti è il racconto "The Connecting Thread" (Il filo conduttore). La protagonista, Cheryl, legge su un giornale una serie di annunci a lei destinati, e scritti -sembra- da un misterioso ammiratore. Il problema è che costui, col passare del tempo, rifiuta di manifestarsi alla ragazza, e continua intanto a pubblicare annunci in cui accenna a fatti sempre più intimi e segreti della vita di lei. Chi è quest'occhio invisibile e insonne che la segue ovunque e sempre più da presso? Perché quel tono affettuoso nei messaggi e questo rifiuto di mostrarsi che diventa ben presto agghiacciante? E se invece fosse Cheryl a negarsi di vedere? O se fossimo noi, a non avere intuito qualche cosa di essenziale?

Marco Arnaudo   

Riportiamo subito la biografia di Adrian Tomine pubblicata nella sovracopertina di questo volume, perché pensiamo sia giusto presentare un autore poco conosciuto in Italia e che, diciamolo subito, merita tutta l'attenzione dei lettori di Stanza101: "Adrian Tomine nasce nel 1974. Inizia giovanissimo a pubblicare le sue storie sulla rivista Optic Nerve, dapprima autoprodotta, in seguito edita dalla prestigiosa Drawn & Quarterly. I suoi racconti a fumetti sono stati tradotti in sei lingue, Tomine è considerato la rivelazione della nuova generazione di narratori per immagini americani e nel 1996 ha vinto il premio 'Harvey Award'. I suoi disegni sono apparsi su diverse testate come per esempio Details, George e Entertainment Weekly, hanno illustrato racconti e copertine di dischi, manifesti, cartoline e altro ancora. Tomine vive a Berkeley in California".

Cominciamo col dire che le storie contenute in questa raccolta sono bellissime: una volta tanto ci va di usare questo termine scontato e facile per descrivere delicati racconti che vedono coinvolte persone comuni e, proprio per questo, fragili. Non ci sono protagonisti in queste storie, ci siamo noi, con tutte le nostre debolezze, le nostre passioni, le nostre verità nascoste. Abbiamo scritto che sono racconti delicati, perchè delicato è lo stile narrativo che li sostiene: ma quanta durezza, quante emozioni scaturiscono da queste pagine! Se ci si immedesima nelle storie (e vi garantiamo che, almeno in qualche occasione qui descritta, vi sarete trovati nello stesso stato d'animo dei personaggi), viene voglia di rileggerle e rileggerle ancora, per riflettere sui nostri errori, su quello che è racchiuso nei nostri cuori congelati. E' vero, il vostro recensore attraversa un momento delicato, ma senza vergogna lo scrivo a chiare lettere: leggendo alcuni di questi racconti minimalisti (?), copiose sono sgorgate le lacrime...

Uno degli albi più belli usciti nel  2001.

Max Bonati   

le immagini © Adrian Tomine, Drawn & Quarterly Publications - Coconino Press
 


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