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Fa ridere sentir dire che “Non c’è più il Dylan Dog di una volta”; è infatti opinione diventata ormai di banalità lapalissiana, non meno di “Non c’è più la mezza stagione” o “Alle bionde sta bene il blu”. Ciononostante, consentiteci per una volta di prendere le difese del luogo comune (Oui, Flaubert c’est moi) e ribadire a chiare lettere e con un minimo di coscienza critica che da quando Dylan Dog ha estremizzato certe sue giovevoli caratteristiche iniziali e si è fatto il campione bonaccione di tutte le sofferenze della Terra, amico fraterno dei poveri freaks incompresi e fiero avversario dei veri mostri (in genere improbabili e oleografici borghesi dagli istinti omicidi) non solo si è persa, sul piano narrativo, tutta una tavolozza di temi e toni appassionanti, ma anche sul piano sociale la stilizzazione delle figure ha ridotto, quasi estinto, l’incisività del “vecchio” contestatore. Non si può dire, ad esempio, che il patetico La rivolta delle macchine abbia la stessa serietà e pregnanza di pietà per il mostro di Dal profondo, o che il tamaresco Il lungo addio (che qualcuno ha chiamato l’inizio della fine di Dylan) possa stare al pari dell’autentica storia d’amore di Memorie dall’invisibile.
È sempre tra i più grandi, in
ogni caso, il divertentissimo Groucho di Faraci; e sono sempre straordinari i
disegni di Roi. Stabile da anni ad alte vette nonostante la produzione
industriale, il nostro riesce ancora a costruire atmosfere di torbida mistura
d’ombra e sangue grazie alle disturbanti inquadrature dal basso, a nervose
stesure di nero e a fisionomie frastagliate con arte. Certi paesaggi onirici di
questo albo sarebbero degni d’essere esposti in una mostra, ma a subirli in
questa sequela di casi umani banalizzanti anch’essi risultano sminuiti e
ingiustamente fiacchi. Recensione di Marco Arnaudo le immagini © Sergio
Bonelli Editore |
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