Dylan Dog Gigante #10
I Peccatori di Hellborn

Tito Faraci, Corrado Roi
Sergio Bonelli Editore,
Lire 9.000

Fa ridere sentir dire che “Non c’è più il Dylan Dog di una volta”; è infatti opinione diventata ormai di banalità lapalissiana, non meno di “Non c’è più la mezza stagione” o “Alle bionde sta bene il blu”. Ciononostante, consentiteci per una volta di prendere le difese del luogo comune (Oui, Flaubert c’est moi) e ribadire a chiare lettere e con un minimo di coscienza critica che da quando Dylan Dog ha estremizzato certe sue giovevoli caratteristiche iniziali e si è fatto il campione bonaccione di tutte le sofferenze della Terra, amico fraterno dei poveri freaks incompresi e fiero avversario dei veri mostri (in genere improbabili e oleografici borghesi dagli istinti omicidi) non solo si è persa, sul piano narrativo, tutta una tavolozza di temi e toni appassionanti, ma anche sul piano sociale la stilizzazione delle figure ha ridotto, quasi estinto, l’incisività del “vecchio” contestatore. Non si può dire, ad esempio, che il patetico La rivolta delle macchine abbia la stessa serietà e pregnanza di pietà per il mostro di Dal profondo, o che il tamaresco Il lungo addio (che qualcuno ha chiamato l’inizio della fine di Dylan) possa stare al pari dell’autentica storia d’amore di Memorie dall’invisibile.

A farci versare facili lacrime e scatenare un banale senso di fratellanza universale mancava ancora, tra i temi di Dylan, l’inferno delle istituzioni penitenziare. Finito tra le grinfie di Luger, un direttore di carcere psicopatico e un po’ mistico, Dylan diventa galeotto non autorizzato di una prigione in cui l’omicidio tra i detenuti e le angherie dei secondini sono all’ordine del giorno e al cui confronto il Castello d’If sembra un ridente villaggio Valtour. La trama, praticamente inesistente, senza prosecuzioni narrative né costruzione di attese, è scandita da una serie di scazzottate tra un Dylan in gran forma pugilistica e carcerati via via più grossi ma, soprattutto, da brevi e numerose biografie di derelitti figli dell’uomo, crudeli in genere perché vittime di un’educazione difficile. In questa maniera facilona, le idee di base sulla responsabilità della società nella formazione dell’individuo (condivisibili e anzi sacrosante), divengono un po’ un monotono bestiario della sfiga, una prevedibile tabellina della jella in cui ognuno riceve la sua croce, piange in silenzio, si consola magari con un aldilà tanto idillico quanto sciapo (c’è una visione sul mondo dei morti, infatti: se la mettete accanto all’elegiaco e raffinato aldilà di Inferni vi verranno le lacrime sì, ma non per i motivi che Faraci vorrebbe…). Il tutto condannato, non avendo motori narrativi forti, a spegnersi in un finale appiccicato lì per lì, in cui il ricorso a un sovrannaturale del tutto superfluo suona come un richiamo meccanico ai doveri di firma della serie.  

È sempre tra i più grandi, in ogni caso, il divertentissimo Groucho di Faraci; e sono sempre straordinari i disegni di Roi. Stabile da anni ad alte vette nonostante la produzione industriale, il nostro riesce ancora a costruire atmosfere di torbida mistura d’ombra e sangue grazie alle disturbanti inquadrature dal basso, a nervose stesure di nero e a fisionomie frastagliate con arte. Certi paesaggi onirici di questo albo sarebbero degni d’essere esposti in una mostra, ma a subirli in questa sequela di casi umani banalizzanti anch’essi risultano sminuiti e ingiustamente fiacchi.
Peccato.

Recensione di Marco Arnaudo

le immagini © Sergio Bonelli Editore
 


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