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La vicenda già ci tocca per l'alta densità delle memorie che innesca: da un brodo di coltura sperimentale nasce in mezzo alla metropoli un dinosauro mutante dotato di particolare idiosincrasia per la specie umana; arrivano allora un robot nipponico e un energumeno statunitense a farlo fuori. Darrow e Miller insomma mettono in scena un gioco squisito di rimandi ai modelli tradizionali del fumetto orientale e occidentale, guardano ai miti dell'avventura con quel curioso misto di malinconia, derisione e stima che di solito ci suscitano i bambini. La deformazione caricaturale qui è minima: i monologhi interiori dei personaggi non sono caricati grottescamente come in un banalissimo What The, ma anzi, stupiscono proprio perché sembrano essere troppo veri, limpidi, chiari. Ci fanno sorridere in un primo tempo le paturnie del robot giapponese frustrato che vuol sentirsi utile al mondo e le remore dell'americano che soppesa minute questioni di responsabilità mentre massacra orde di mostri; ma ben presto, ci scappa da sorridere anche e soprattutto delle centinaia di volte in cui NOI, smaliziati fumettari, ci siamo esaltati con storie in pratica identiche e non ne abbiamo scorto minimamente la ridicolaggine... Sul piano grafico poi, Darrow ha la trovata geniale di accoppiare a temi roboanti quali la guerra tra mostri un calligrafismo di riposata pacatezza e di placida eleganza liberty, traendo a sorpresa sapori e inquadrature dal genio intramontabile di Winsor McCay. E' anche questo un gesto di parodia e d'amore al contempo. Con devastazioni di palazzi e sventramenti abominevoli resi sulla tavola dalla morbidezza di una decorazione per paralume, con splash panels e pages raffinati al pari di incisioni ottocentesche, Big Guy And Rusty The Boy Robot ci imbandisce un banchetto di emozioni agrodolce, complesso, e, soprattutto, appagante fino all'ultima briciola. Recensione di Marco Arnaudo le immagini © Frank
Miller, Geoff Darrow, Guy Delcourt Productions - Kabuki Publishing |
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