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Lo sceneggiatore Juan Diaz Canales segue alla lettera il manuale dei cliché del noir e dà all’investigatore “Nerotriste” una motivazione personale per muoversi, getta il sospetto su chi comunque con l’omicidio ha a che fare, inserisce un paio di locali male in arnese e un informatore doppiogiochista, fa malmenare il segugio dagli scagnozzi di pietra del boss e arrestare la notte stessa dal commissario con cui non corre buon sangue. Un compitino perfetto, ce n’è abbastanza perché John alla fine si allontani per un marciapiede affollato tirandosi su il bavero dell’impermeabile a meritarsi la solitudine, ora che per vendicare un’attricetta è scampato alla galera, ai pestaggi e tre volte alla morte, ma il vento che soffia sul collo fa ancora male. Permettetegli di essere figo ora, è pur sempre un detective. Nero e triste. Ciò che
rende questo volume davvero nuovo sono gli interpreti che ingabbia, tutti
animali. Ricorda il perfetto Robin Hood della Disney del 1973 dove
ogni personaggio diventa la bestia che ne rappresenta il carattere. Quindi il
furbo Robin è una volpe e Sir Hiss l’insinuante e viscido attendente è un
serpente. Qui di Robin Hood c’è solo il meccanismo, portato a più estreme e
a momenti più affascinanti conseguenze. Perché qui l’atmosfera è sporca è
c’è la pioggia. Perché qui si fa sul serio e si muore. Non mi vengono in mente casi degni di nota in cui il disegno diventi tanto citazionista e ricco da essere trama nella trama, quasi un secondo piano di lettura. Ogni vignetta è disegnata per essere la copertina del volume, perché in ognuna sembra che Juanjo Guarnido voglia rappresentare il significato e l’atmosfera della storia. Ogni immagine è un mondo in cui ci si perde facilmente soprattutto per i personaggi messi a sfondo che raccontano storie a parte, come quando si cammina per strada e le frasi tronche dei discorsi dei passanti fanno capire di che parlano, gli sguardi e i gesti fanno solo immaginare che gli succede. Prendo a caso lo sfondo di una vignetta e viaggio con la fantasia. Un padre tiene posata la mano sulla spalla della figlia per rassicurarla, ma il suo viso è preoccupato e lei sembra arrabbiata. Lui le ha fatto una promessa che non è stato in grado di mantenere o sembrerebbe più che lei l’abbia costretto a farla perché era quasi una cosa dovuta. Lui si giustifica impotente, sapendo che perde in partenza e che non può farci niente, le cose stanno così. Cerca di spiegarle ma lei non capirà, ma anche se capisse nessuno leverà a lui dalla testa il senso di colpa. La colpa di non essere arrivato dove lei voleva. Sono
da analizzare come un’elaborata sceneggiatura tutti i piani del disegno di
Guarnido. Meravigliosi i rimandi ai luoghi comuni degli animali con il gergo
tipico del noir, John il gatto che dice “per instinto” di non fidarsi
dell’informatore topo, l’ispettore cane che lo minaccia di tenere “il muso
fuori da questa storia”, la rana che colleziona insetti e che si vanta di
avere “sangue freddo”, l’attricetta che sale di grado tradendo il gatto
con il leone Léon, fino a concludere che il mondo è “una giungla dove il
grande divora il piccolo e dove gli uomini si comportano come animali”.
La meccanica citazionista rende impensabile un seguito annunciato e John è troppo poco sporco per essere davvero interessante. Il fatto stesso che cerchi di vendicare un’amante che aveva già perso nella propria vita e che probabilmente non avrebbe più rivisto non mi rende così partecipe del desiderio di vendicarla. Non è come il Marvin di Sin City a cui viene ucciso dentro il letto, dopo la prima notte d’amore, l’"angelo misericordioso che ha regalato a un perdente nato come lui la notte migliore della sua vita”. Con le stesse invisibili motivazioni di John, un commissario di polizia vuole “un mondo più giusto, dove anche i potenti pagano per le loro colpe” o uno scagnozzo sfruttato dal padrone cerca la propria occasione con il tradimento. Il limite tra il gioco con il clichè e il già visto è sempre molto sottile e prevale quasi sempre il secondo. Se non fosse per gli animali. Il tamburo battente della giungla li richiama verso l’interno più nero della vegetazione e a noi viene da seguirli forse proprio perché sembrano così chiare le loro intenzioni. Solo a un punto, a un certo punto, per un attimo forse, ci aiutano a dimenticare quello che crediamo di sapere di loro e ci fanno immaginare che in quel posto dove stanno andando non ci stanno andando davvero, ma solo portando noi. E ci aspettano nella vegetazione per dimostrare cos’hanno veramente intenzione di fare. Immersi nel nero. Da qualche parte tra le ombre. Recensione di Alessandro Bilotta
le immagini © Dargaud,
Diaz Canales, Guarnido - Lizard Edizioni |
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