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L'intreccio è l'essenza della
narrazione. Qualunque storia può diventare avvincente se si riesce a cogliere
l'influenza talvolta devastante che eventi apparentemente privi di significato
per qualcuno hanno sull'esistenza di altri. Ed esistono luoghi pervasi di una
strana magia, crocevia nei quali le persone si trovano e si perdono e in cui
l'intreccio è vero e proprio paradigma dell'esistenza. Ad esempio il bar. Il bar di Sampayo e Muñoz, il
"Joe's Bar", uno come tanti ("In America ce ne saranno 150.000
che si chiamano così" ammette uno dei personaggi) è un po' un castello
dei destini incrociati per disperati, persone la cui vita sta per prendere una
piega inaspettata e drammatica. Eppure le loro storie sono sempre
incredibilmente vivide, estreme: come se la vita "vera" si potesse
sperimentare solo sul fondo, magari tra un daiquiri e l'altro (persino in
gennaio). Le scene e i volti tratteggiati da Muñoz sono essenziali e decadenti, perché quando ci si aggira per la città o ci si lascia sprofondare nell'atmosfera fumosa e stantia del bar tutte le facce si somigliano un po', in tutte puoi trovare, se sai guardare con attenzione, la stessa disperazione che hanno quei due occhi che da almeno un'ora ti fissano da dietro il bancone. Poi ti accorgi che quegli occhi sono i tuoi, e appartengono all'immagine riflessa dallo specchio. Non ti riconosci più, ma non importa poi molto. Il bar è bello proprio perché, se sei fortunato, puoi incontrare perfino te stesso. Silvio Schirru - www.ultrazine.org
le immagini © José
Munoz, Carlos Sampayo - Coconino Press |
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