America's Best Comics #7
Alan Moore, AA.VV.
Magic Press, € 4,75

Si aspetta sempre con gioia ogni nuova uscita di America's Best Comics, e in casi come quello dell'ultimo numero l'attesa viene ripagata da una felicità e da un piacere di lettura che esplode ad ogni tavola, quasi ad ogni immagine. 

Tom Strong termina la lunga storia che lo vedeva fare i conti col suo passato e con un quantitativo di DNA che gli era stato proditoriamente sottratto durante l'ultimo conflitto mondiale; Greyshirt scherza con particolare successo sui moduli narrativi del fumetto fanta-horrorifico degli anni '50 (a te la gloria, vecchio Gaines), e Promethea, l'unica serie di ABC che nella modesta opinione del recensore non aveva ancora completamente ingranato, azzecca un'idea squisita e sembra definitivamente decollare. Alle prese con un universo creato dalla fantasiosa e sgrammaticata mente di uno scrittore pulp degli anni d'oro, la novella Promethea deve fronteggiare creature stupendamente camp, luoghi comuni incarnati in membra di mostro e la prepotenza di un demiurgo maldestro che si rivela, infine, teneramente fragile. Nella sua figura, ammiriamo l' omaggio a tutta una specie di appassionati manovali della penna, angariati da miseria, editori e tempi di produzione da industrie Ford; di tutta una genia di poligrafi che nella letteratura popolare hanno fatto i sogni più grandi e talvolta più luminosi (e poco importa se perfettamente ridicoli). Anche Promethea, insomma, entra finalmente in piena risonanza con le due virtù maggiori e peculiari di ABC, l'ironia e la malinconia, che certo già praticava, ma mai a livelli tanto alti.

Ma la serie che riserva più soddisfazioni al sorridente lettore di ABC è ancora, e sempre, Top Ten: il distretto di polizia supereroistico deve stavolta risolvere il caso di un assassinio avvenuto in un locale frequentato da soli dei, dove è stato ucciso un certo Baldur… La genialità di Moore consiste qui nel guardare tanto alle trasposizioni fumettistiche ricevute dai pantheon classici nel fumetto supereroistico, tanto ai veri patrimoni culturali antichi, mescolando allegramente icone novecentesche, tradizioni e religioni. Leggere dell'assassinio di Baldur come un giallo classico, vedere gli dei che si nascondono nel bagno del locale, sentire il poliziotto nerboruto che minaccia Wotan di sbatterlo in galera se si azzarderà a distruggere l'universo: sono perle di arguzia che dimostrano una grande, grandissima ispirazione nel Nostro.

Tanto pieno di allusioni e ammiccamenti è questo episodio di Top Ten, che ad esso piuttosto che a tanta parte degli Invisibles andrebbero riservati certi apparati di note che talvolta si rinvengono su internet. Per il momento, in attesa di un geniale commentatore di questo capolavoro, ecco due chicche:
1) Thor sfoggia finalmente il rosso pelame che lo contraddistingue nell'Edda di Snorri, e non quella parrucchetta bionda alla Carrà che gli hanno messo sulla testa in casa Marvel.
2) Nel gabinetto del locale sta in piedi davanti allo specchio un dio dal volto nascosto di luce, che esclama "Santo Me": il dio della tradizione cristiana, dunque, è visibile nella vignetta di Moore proprio nei due modi in cui la Bibbia lo dice visibile all'uomo: o di spalle, o per speculum.
Questa è finezza…

Marco Arnaudo   

le immagini © America's Best Comics LLC - Magic Press
 


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