Igort intervista Suehiro Maruo

I> Puoi dirci su cosa stai lavorando adesso?
M> Sto lavorando sul secondo volume della storia Il vampiro che ride. Anche se per me è un po’ strano. Lavorare a un sequel; non è una cosa che faccio spesso. In genere per me raccontare a fumetti significa fare  storie brevi.

I> Come è stato accolto il tuo modo di fare fumetti?
M> Nel 1983 hanno cominciato a capire questo modo di fare fumetti. Ma per i primi anni è stata dura, il lavoro era considerato strano e scandaloso. Comunque anomalo. Non si trattava di un grande scandalo perché in Giappone c’erano fortunatamente altri autori  che facevano questo tipo di manga.

I> Se al principio non avessi trovato gli editori indipendenti che ti pubblicavano avresti ammorbidito il tuo modo di fare?
M> Io volevo lavorare con una grande casa editrice poi, quasi per caso, è nato il mio rapporto con le case editrici underground, come Seirindoh. E’ stato tutto molto casuale. Al principio, quando avevo diciotto o dicianove anni, ho portato le mie storie a Shonen Jump. Era una grande rivista e mi sembrava adatta al mio lavoro, ma mi hanno rifiutato. 
Dopo che Shonen Jump mi ha rifiutato per un certo periodo ho smesso di scrivere e disegnare. Poi ho conosciuto un editor di manga pornografici e così ho cominciato. Era facile tutto sommato.  

I> Perché questo legame con la nostalgia? La tua casa è piena di manifesti, videocassette,  fumetti, pupazzi e gadget che sembrano provenire dal passato.
M> Sono i fumetti che leggevo da bambino.  

I> Concepiresti una storia, magari sulla tua infanzia, senza elementi sanguinari? 
M> Sì, mi piacerebbe fare un manga sulla mia infanzia ma credi che interesserebbe qualcuno?

I> Nelle tue storie sono molto spesso presenti delle immagini della guerra. Che cosa rappresenta per te?
M> I miei genitori raccontavano sempre le storie del periodo della guerra. Di come era la vita allora. Una cosa che per me è ancora oggi molto presente. Per scrivere le mie storie è importante il ricordo.

I> Nelle tue storie compaiono le ossessioni legate a figure infantili. 
Puoi parlarcene? 

M> A me interessano i bambini, non voglio raccontare storie di adulti. Gli adulti fanno sempre le stesse cose, lavorano, tornano a casa e dormono. I bambini per esempio giocano… questo apre molte prospettive narrative.  

I> Se pensi alla tua infanzia cosa ti viene in mente?
M> La strada che percorrevo in bicicletta tornando dalla scuola.  

I> Dove sei nato? 
M> A Kyusshu.  

I> La violenza è una delle leggi magiche del mondo? 
M> Non so,   a me sembra molto reale ma forse ha anche una parte magica.  Attraverso la violenza comunque riusciamo a conoscere meglio il mondo. Soprattutto nella sua componente criminale.

I> Questa violenza non ti spaventa? 
M> No, perché quelli che faccio sono manga, non la realtà. Io disegno queste storie come fossero dei sogni. Qualche volta mi è capitato di fare una scena e di ridisegnarla più violenta. Ma altre volte anche esattamente il contrario. Dipende.

I> Hai paura del grottesco?
M> Sì, lo temo. Però lo disegno ugualmente. 
Il circo, per esempio,  mi fa pensare alla nostalgia; alla festa, un pochino all’elemento magico. Come in un vecchio film di Fellini. Anche i mostri mi portano a pensare in termini di nostalgia. I mostri sono il trait d’union tra il circo e i film Horror.  Come d’altra parte l’anormalità in genere. Tanti anni fa, forse, in Giappone  si temevano queste cose ma oggi molto è cambiato.

I> I personaggi del circo come tu li rappresenti assumono aspetti pericolosi, minacciosi…
M> Si . Vorrei mostrare  la paura nella vita quotidiana , per esprimere questo elemento devo usare un certo genere di personaggi. Naturalmente non ho alcuna esperienza diretta di tipo negativo legata al circo. Ma ci sono delle figure che secondo la tradizione di un tempo incarnano  l’idea del  male. Il direttore del circo, per esempio, era il cattivo per eccellenza. Colui che maltrattava i mostri.
E poi, sicuramente, l’immagine del circo è per me legata all’idea di paura, di magia,  di nostalgia.

I> Come pensi che verrà accolto  il tuo mondo dai lettori italiani?
M> Gli italiani hanno il senso dell’umorismo, no? Il mio lavoro è pieno di Humour.

I> Quando mi capita di parlare del tuo lavoro con gli editor giapponesi non posso fare a meno di notare un senso di rispetto misto a un certo timore…
M> In Giappone d’altra parte il mio lavoro  adesso non potrebbe essere pubblicato da una grande casa editrice come Kodansha o Shuesha. Qui  ora  sta crescendo la criminalità infantile e  per questo si sta cercando di controllare l’influenza  dei manga o dei media in genere. Anche se penso che dire di qualcuno che è diventato criminale a causa dei manga che ha letto sia una semplificazione eccessiva. Comoda magari ma davvero eccessiva.

I> Il tuo modo di raffigurare le cose però sembra provocatorio; è spesso calcato, iperbolico.
M> Mostro le cose in maniera estrema perché mi interessa il contrasto che si viene a determinare. Da questo contrasto può nascere una visione ironica. 
Se disegno un patriota, però  non significa che anche io sia un patriotra.  Io non sono come il mio lavoro, sono altra cosa.  

I> I tuoi fumetti sono popolati da insetti…
M> Mi piacciono; in Giappone sono il simbolo dell’uomo.

I> Non sono legati all’idea della morte?
M>  Penso che possano essere considerati un elemento vicino alla morte però quello che mi interessava è piuttosto il senso di repulsione che gli insetti provocano in noi.

I> Hai paura della morte?
M> Molto.


Chi è Suehiro Maruo?
Autore di culto per i lettori giapponesi di manga. Eccentrico ed efferato, ha elaborato una sua poetica personalissima. 
La sua carriera si è svolta negli anni passati collaborando con Garo, la rivista più innovativa del panorama giapponese. I suoi libri vengono pubblicati da anni dalla casa editrice Seirindoh e ora sono contesi da numerosi editori. Dal suo lavoro sono stati realizzati anche cd rom e cartoni animati. 
Ma il suo amore rimane quello per il fumetto. Nelle storie si fondono uno stile legato al periodo degli anni Quaranta e Cinquanta (innocente, quasi naïf), un senso di nostalgia che prende corso e si unisce a una violenza non convenzionale e particolarmente efferata. Inventore di supplizi mirabolanti e osservatore discreto e spietato delle mutazioni della società giapponese. Maruo ritrae per esempio la pratica dell’Enjokosai, in cui le studentesse dei college giapponesi si prostituiscono per acquistare i foulard di Chanel o le scarpe di Prada, o la crescente violenza minorile. Una vacuità di valori osservata con la lama di una lucidità degna della migliore satira e restituita alla dignità artistica sulla punta del suo pennino. Virtuosismo e invenzione delle inquadrature, ironia e gusto per l’assurdo.
Il Vampiro che ride è la storia tutta giapponese che unisce questa osservazione del reale al mito intramontabile del vampiro. Il mostro perennemente insoddisfatto. Il sogno della vita eterna che si trasforma in condanna. Il mito delle Onibaba, le streghe giapponesi, che hanno dato tanta vita a una tradizione del racconto popolare che sembra non avere mai fine. 

  

le immagini © Suheiro Maruo, Akita Shoten, Coconino Press
la foto © Blast Books
i testi © Coconino Press 


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