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“Urani è l’unica capitale al
mondo che ha un cimitero come centro-città. Sembra che ciò influisca sulla
mente degli abitanti. Qui i brutti sogni sono più frequenti che altrove”.
Come un trafiletto su un sussidiario, come una scheda su un dizionario
geografico, la quarta di copertina di questo volume presenta il luogo con la
freddezza di chi sembra ormai esserne parte e giustificare l’ingiustificabile. A Urani, dove è giorno solo nei
ricordi, un misterioso domatore di tigri decide di sparire dalla circolazione
quando capisce che l’Eremita, un adoratore del male, si avvicina e vuole
impadronirsi delle sue invenzioni. Da questo spunto solo in apparenza semplice
si sviluppa una storia con molti personaggi ma nessun protagonista, se non la
città, grigia, deforme e ansiogena come quei luoghi della mente su cui si
edifica.
E “Urani, la città dei brutti
sogni” è una storia che fa paura. Fanno paura quei personaggi così privi di
umanità a cominciare dall’aspetto fisico, fanno paura gli scopi perseguiti da
quei personaggi e fanno paura quelle case sempre buie, sempre spente senza un
alito di vita, un fuoco da un comignolo o una luce da una finestra. La narrazione di “Urani” non
segue alcuno schema, proprio come la follia. Un’avventura che minerà le
certezze di chi crede che le buone storie a fumetti siano eventi matematici che
si succedono e giustificano uno dopo l’altro, disegnati con rispetto di
anatomia e prospettiva. David B. e Joann Sfar, che invece sperimentano col
fumetto, ci mostrano un modo di fare storie che pochi in Italia sembrano
conoscere, sanno come raccontare la frammentarietà dei pensieri e delle cose
che cambiano. Non è importante che tutto abbia una giustificazione, come non lo
è nella vita, come a maggior ragione non accade nella follia. Alla fine della lettura, infatti, sembra di essersi lasciati sfuggire qualcosa, si sfogliano le pagine al contrario a cercare un tassello perso, per leggere poi sulla bocca de l’Eremita: “L’anima può essere osservata solo per lo spazio di un lampo. È molto difficile da distinguere!”. Recensione di
Alessandro Bilotta le immagini © Dargaud - Macchia Nera |
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